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venerdì, 21 settembre 2007
Alzheimer
Cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto.
B.F. Skinner
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postato da:
astime
alle ore 10:26 |
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commenti (11)
categorie:
Commenti
#1
21 Settembre 2007 - 11:04
Raccontarsi, oltre ogni limite.
Raccontare la propria storia
Quando le nostre esistenze sono in frantumi,
e non ricordiamo più neanche qual è la prima lettera dell’alfabeto,
la mossa migliore è rammentare le nostre storie,
oppure accoglierne altre nuove.
Daniel Taylor, Le storie ci prendono per mano
Nel malato colpito da demenza la perdita della memoria autobiografica è
abbastanza precoce. Per il familiare che si è dovuto separare dal proprio
assistito a causa della scelta del ricovero istituzionale, questa forma di
memoria può invece costituire una boa di salvataggio. Durante lo svolgimento
di numerosi colloqui ho constatato che la decisione di ricorrere al
ricovero è più nefasta del sopraggiungere della morte del malato. Ascoltare
le parole del caregiver è come assistere allo strazio dell’anima, una storia
spezzata che sembra aver annullato il proprio senso e incapace di aggrapparsi a qualsiasi spiegazione razionale o di trovare una via d’uscita. C’è un
tempo vietato alla possibilità di penetrare nell’intimità dell’altrui dolore.
Ma, anche in questo caso, si può aiutare ad aprire un varco.
Nella mia pratica professionale questo varco l’ho sperimentato attraverso
l’approccio dell’autonarrazione, utilizzandolo sia all’interno di
gruppi di mutuo aiuto, sia come particolare forma di setting individuale.
Riportare in dettaglio le esperienze condotte mi condurrebbe in uno
spazio troppo altrove rispetto all’oggetto del presente volume, ma non
rinuncio ad accennare a qualche sollecitazione, per chi volesse intraprendere
questo tipo di aiuto. Mi riferirò in particolare a un’esperienza vissuta
all’interno di un gruppo costituito principalmente da donne caregiver,
la cui maggioranza aveva il coniuge o il genitore ricoverato in casa di
riposo e dove, da subito, si era manifestata una certa propensione al
ricordo autobiografico. Questa tendenza al narrare di sé aveva suscitato
un reciproco fenomeno di rispecchiamento, grazie al quale, nella storia
di chi rievocava, le altre partecipanti potevano scorgere frammenti della
propria, in cui riversare ulteriori narrazioni e racconti.
In questo modo, il contributo esistenziale di ogni partecipante lavorava
sotto la superficie delle parole e incoraggiava un graduale passaggio da
uno stato di “vuoto” a uno di “pieno”, spostava un sentimento di scoramento
a una modalità più energetica di esperire la propria situazione, colmando
anche quel senso di spossatezza e di inutilità riconosciuta alla base
delle giornate del quotidiano, dove il buon giorno era solo il triste pensiero
di chi non era più lì a condividere quell’inizio di mattino. Verificare la
potenza di questo stare insieme da poco e scoprire quanto già si conosceva
dell’altro, grazie a questo ripercorrere il passato e riconquistare ciò che si
era stati prima di quel qui e ora che si voleva annullare, aveva stimolato ad
adottare una nuova tecnica del “potersi dire”.
“Quando esco di qui mi sento più leggera”; “A casa ho sentito il bisogno
di andare a cercare i nostri album di viaggi”; “Con mio figlio, a cena, abbiamo
ripreso a parlare con più serenità e insieme ricordiamo tanto del passato”
e molte altre osservazioni confermavano una riconciliazione con se
stessi e il dintorno, un recupero delle proprie trame di vita sottratte
all’oblio, un sapore di viaggio che, seppure nostalgico, nel risalire alla
memoria ridefiniva la storia di chi si era stati.
Come raccontarsi? La proposta di un laboratorio di scrittura aveva
intrigato e allarmato al tempo stesso. La rassicurazione che l’obiettivo
non era diventare romanziere, quanto piuttosto scrivere guardando al
passato per rivedersi alla moviola o per rispolverare dalla naftalina di ed emozioni creduti dimenticati o, perché no, per il semplice fascino
di costruire la propria storia attraverso il libero scorrere di ricordi, aveva
prodotto l’effetto voluto. Ognuna delle partecipanti, sull’onda dell’incipit
prescelto, aveva potuto affermare la propria e l’altrui (del malato)
identità.
da Luciana Quaia, Alzheimer e riabilitazione cognitiva. Esercizi, progetti e attività per la stimolazione della memoria, Carocci Faber, Roma, 2006
http://www.segnalo.it/luciana/carocci-riabilitazcognitgiu2006.htm
ciao valastime
buon venerdì
AMALTEO
#2
21 Settembre 2007 - 12:04
Che bel regalo Pam :))
Io non avrei osato.
Chi meglio di lei?
Questo brano, inoltre, è adatto al contesto del blog, strumento moderno per raccontarsi, anche.
Stasera avrò davanti a casa il concerto di Davide VdSfroos, vi va di traghettare?
Buona giornata a te e a Lu
astime
#3
21 Settembre 2007 - 12:58
sai che l'ho scelto proprio per le ragioni che tu dici?
il raccontarsi è una delle essenze dei blog.
diciamo che sono esercizi di memoria.
ora, quando siamo di cervello ancora buono
e poi. sperando in un welfare benevolo
lu torna per le 19
e subito andiamo al rifugio
lo faremo sicuramente nelle altre vite
ancora ciao
AMALTEO
#4
21 Settembre 2007 - 14:14
Mi sa che, allora, son messo male...
Daniele
macca
#5
21 Settembre 2007 - 14:21
Eddai Daniele :)))
buon pomeriggio
astime
#6
21 Settembre 2007 - 21:08
no, non si è ricordata nemmeno le canzoni, nemmeno la cultura. La memoria l'aveva per sempre abbandonata.
amabeth
#7
21 Settembre 2007 - 21:10
ciao astime,
io provo una grande stima per chi si accosta ad una persona colpita dall'alzheimer e alle persone a lei care con attenzione e delicatezza.
sul tema del "raccontarsi" io ho apprezzato particolarmente anche il libro di Duccio Demetrio "Raccontarsi" L'autobiografia come cura di sè.
e poi... è proprio vero che "Si deve cominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli dei ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita... La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire" (Oliver Sacks)
buona serata... al suono di Davide VdSfroos
Prisma2002
#8
21 Settembre 2007 - 21:53
Sì, Amabeth, so quello che dici. Ma non accade in un giorno o in una notte. Sarebbe comunque doloroso anche accadesse in mille anni.
Ed è proprio quello che ricorda Prisma nel commento dopo, la perdita della biografia, che salifica chi assiste. Grazie del commento e benvenuta :))
Prisma, tu lo sai che dai un grande dolore al nostro Pam, citando Duccio Demetrio, vero? ahahhahah!
Ha aperto con un brano di una vita fa, "La balera": pulenta e missultin, butteglia dissanguada, urchestra de ciuché e danza indemuniada....
Davide lavora, da sempre, sulla memoria, resta, a mio parere più interessante sui testi che sulla musica.
Non è male godere un concerto da casa :))) per me è il massimo della goduria, speriamo proseguano in meglio. Cari saluti :))
astime
#9
23 Settembre 2007 - 11:14
http://amalt
[..] Una conversazione fra Astime e Prisma mi fa incamminare su una vecchia traccia del 17 giugno 2006. La ripercorro. Duccio Demetrio è stato un collega di lavoro per molti anni. In alcuni momenti anche un amico, perso e poi ritrovato. Ha inven [..]
AMALTEO
#10
24 Settembre 2007 - 14:51
Ammalarsi di Alzheimer deve essere molto duro ed è duro anche per i familgiari, a quello che mi racconta unamia amica che ha la madre così. Io spero che si appoggino sempre di più le famiglie che hanno un malato in casa oltre a fare le giornate che tante volte ho paura servano slo a lavarele coscienze (mi auguro di no). Ciao Giulia
giuba47
#11
24 Settembre 2007 - 15:29
Pur non avendone un'esperienza familiare ma solo lavorativa, mi rendo conto di quello che tu definisci "duro" Giuba.
Piano piano, qualcosa si sta muovendo e non solo un giorno all'anno.
Ciao e benvenuta
astime
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