venerdì, 31 ottobre 2008

Dolcetto o scherzetto?

Chissà come valuterà il nostro pdc l'investitura del venerabile.

Per carità, ci dormirò lo stesso. Se proprio avessi voglia di stare sveglia non avrei che da rileggermi questa tesi:

Corso di Teorie e Tecniche del Linguaggio Giornalistico

Prof. Raffaele Fiengo

Da Ottone alla P2

Luca Barbieri

(409088/sc)

Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione – Università di Padova

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Premessa

Estratto dal Piano di Rinascita Democratica (fatto risalire al 1976) elaborato dalla

loggia P2, sequestrato alla figlia di Licio Gelli nel luglio 1982:

Nei confronti della stampa (o, meglio, dei giornalisti) l’impiego degli strumenti finanziari non può, in questa fase,

essere previsto nominativamente. Occorrerà redigere un elenco di almeno 2 o 3 elementi, per ciascun quotidiano o

periodico in modo tale che nessuno sappia dell’altro. L’azione dovrà essere condotta a macchia d’olio, o, meglio, a

catena, da non più di 3 o 4 elementi che conoscono l’ambiente.

Ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di "simpatizzare" per gli esponenti

politici come sopra prescelti in entrambe le ipotesi alternative 1c e 1d.

In un secondo tempo occorrerà:

a) acquisire alcuni settimanali di battaglia;

b) coordinare tutta la stampa provinciale e locale attraverso una agenzia centralizzata;

c) coordinare molte TV via cavo con l’agenzia per la stampa locale;

d) dissolvere la RAI−TV in nome della libertà di antenna ex art. 21 Costit.

Introduzione

Gli anni che segnano la direzione di Piero Ottone al Corriere della Sera, sono anni a

dir poco travagliati. Il maggior quotidiano italiano, dal 1972, anno di insediamento

del giornalista in via Solferino, al 1977, l’anno del suo abbandono, cambia proprietà

per ben tre volte. Un vero e proprio terremoto se si pensa che dal 1925, quando per

volere del regime sostituirono nella proprietà del Corriere della Sera i fratelli

Albertini, a mantenere la proprietà era sempre stata la famiglia Crespi. Sono gli

anni, quelli della direzione di Ottone, in cui nel Corriere, come nel resto delle

istituzioni maggiori del paese, si insinua il cancro della P2. Ricostruire innanzitutto

i passaggi proprietari e le vicende finanziare dal 1972 al 1977, anno in cui l’80%

della proprietà del Corriere finisce, fino al 1981, in mano ad ignoti, è essenziale per

capire come sia stato possibile che il maggior organo di informazione del paese

diventi strumento discreto del Piano di Rinascita Democratica e degli affari e ricatti

della politica legata alla P2.

1973−1974: i turbolenti anni che sanciscono la fine dell’era Crespi

A guidare la dinastia Crespi nel 1973 c’è ancora il vecchio Aldo che, oramai

novantenne, detiene la presidenza onoraria della vecchia società in accomandita

semplice. A guidare in realtà la Società Editoriale Corriere della Sera è Maria Crespi.

Quarantotto anni di proprietà alle spalle. Ma nel 1973 il cambiamento nell’aria

degna la fine di un’epoca. Nonostante che il Corriere della Sera, diretto da Piero

Ottone, stia andando molto bene sul piano delle vendite, il complesso dell’azienda

è in forti difficoltà con grossi buchi annuali nel bilancio.

La società è composta da tre soci: Giulia Maria Crespi, Mario Crespi e Tonino

Leonardi. Questi ultimi due, senza alcun interesse per l’editoria e spaventati dalla

possibilità di perdere soldi, all’inizio dell’anno esprimono l’intenzione di volersi

ritirare dalla società. Un impegno sottoscritto da tutti gli eredi Crespi concede a

Giulia Maria Crespi, che dal canto suo è determinata nel continuare l’attività

editoriale, il diritto di prelazione. Ma la volontà non basta: mancano i soldi

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necessari a rilevare la totalità delle quote. Per questo Giulia Maria Crespi si getta

alla ricerca di soci. Una ricerca tuttavia molto oculata: dalla Crespi si sentono

rispondere un secco no Cefis, Monti, Rovelli e l’avvocato Giuliano Salvadori del

Prato. Il socio ideale per Crespi è senza dubbio Giovanni Agnelli: vecchi amici

d’infanzia i due condividono un certo stile dal sapore antico. Il gesto dell’Avvocato

sembra dettato più dalla cavalleria che dal fiuto per gli affari.

Non mancano comunque, in questa scelta, motivi di pura utilità politica: ad Agnelli

entrare nella proprietà del Corriere può servire per indispettire Eugenio Cefis, il

conduttore di Montedison che da tempo sta attuando una sistematica occupazione

dei quotidiani, e meglio presentarsi alla battaglia che contro di esso lo attende in

Confindustria. La trattativa comincia nel

condotta dall’avvocato Alberto Predieri che esige dagli Agnelli la massima

segretezza. Alla fine questi riesce a strappare un accordo (detto “Pattone”) molto

vantaggioso per la Crespi, che mantiene pieni poteri nella guida editoriale della

società. Ad Agnelli, per la cifra per di 14 miliardi, va un terzo della società editrice

ma i termini del patto suscitano molti dubbi nei suoi più stretti collaboratori. L’altro

terzo viene rilevato per una cifra identica da Angelo Moratti. Anche se non ci sono

prove concrete, l’interpretazione prevalente del suo ingresso nell’affare gli

attribuisce il ruolo di rappresentante dell’Eni. Il 21 febbraio 1974 sull’Espresso esce

un articolo in cui Moratti viene esplicitamente accusato di essere solo un

prestanome dell’Eni e che i soldi usati per l’acquisto del Corriere vengano

direttamente dal colosso energetico attraverso un complesso giro di

sottofatturazioni.

Giancarlo Moratti, il figlio di Angelo, in una intervista spiegherà l’acquisto come

una manovra per sottrarre il Corriere al controllo di una possibile minaccia non

meglio specificata. “Il Corriere è una testata di tale prestigio e di tale charme che ci

ha indotto a fare questa pazzia”.

Il

Crespi annuncia l’assunzione della piena responsabilità della società editrice,

ringrazia il padre che lascia la presidenza onoraria, e, salutando i due soci che

lasciano, annuncia che “importanti decisioni sulla ristrutturazione della società

saranno comunicate nei prossimi giorni”.

Le novità, pubblicate in prima pagina, vengono rese note il

società si trasforma in Srl con capitale suddiviso tra Gruppo Fiat, gruppo Moratti e

Giulia Maria Crespi. La presidenza della società va a quest’ultima.

Numerose ed esaurienti le rassicurazioni fornite a giornalisti e lettori:

“I soci sono pienamente concordi nel mantenere: l’autonomia dell’azienda;

mantenimento di tutte le posizioni di colloquio ed apertura che sono peculiari del

Corriere che si sono rafforzate soprattutto nell’ultimo periodo; indipendenza delle

pubblicazioni e dei giornalisti dal potere politico e da ogni gruppo di pressione;

difesa attiva delle istituzioni costituzionali; impegno intorno ai problemi sociali,

culturali, civili e ambientali a sostegno delle soluzioni più moderne, avanzate,

idonee a eliminare gli squilibri, gli ingiustificati privilegi, le posizioni parassitarie e

a promuovere il progresso verso una società più giusta ed equilibrata; separazione

dell’informazione, che deve essere larga ed indipendente, obiettiva, dal commento

che dovrà anche essere coerente con i principi precedenti”.

marzo del 1973. Per la Crespi essa viene18 maggio 1973 con un comunicato pubblicato sul Corriere della Sera Giulia Maria29 maggio 1973. La

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Nello stesso giorno Ottone pubblica un fondo intitolato “Liberi come prima”. La

redazione del Corriere si dichiara soddisfatta. La nuova proprietà sembra aver

cominciato con il piede giusto.

Ma i problemi non tardano ad arrivare. Giulia Maria Crespi continua a comportarsi

come se fosse l’unica proprietaria del Corriere irritando sia Agnelli che Moratti che

relega in pratica nel ruolo di finanziatori. Non bastasse ciò la situazione finanziaria

del Corriere appare peggiore di quella che si pensava. Per il 1974 il buco atteso è di

11 miliardi. Il disavanzo è dovuto principalmente al cattivo andamento dei

settimanali Domenica del Corriere, Corriere dei Piccoli, Amica, Corriere

d’Informazione.

Il periodo in più è delicato anche per la Fiat che è alle prese con un oneroso

rinnovo di contratti. Nell’azienda torinese sono in molti a pensare che del Corriere

Agnelli debba liberarsi il prima possibile. Anche politicamente l’acquisto del

Corriere si rivela per Agnelli controproducente. L’avvocato è infatti già proprietario

della Stampa di Torino e, anche se in realtà non ha nulla a che fare con ciò, molti gli

attribuiscono anche i velenosi articoli dell’Espresso, che è di proprietà di Carlo

Caracciolo, suo cognato.

La vita politica italiana vive un momento di grande tensione in attesa del

referendum sul divorzio che si celebrerà il 12 maggio 1974. La consultazione vede

fortemente schierato Fanfani che fa sentire la sua voce presso gli editori dei

giornali (Caracciolo innanzitutto) che sono gli alfieri della linea laicista.

Nei primi mesi del 1974 si vanno intensificano le voci che danno come imminente

un cambio di proprietà al Corriere. Il

impaccio ad Agnelli, e “neutralizzare” una eventuale entrata dell’insistente Cefis

come quarto socio, presenta un piano il cui scopo è ampliare il numero di soci del

Corriere polverizzando la proprietà. Il piano poi naufragherà accelerando la crisi

proprietaria del quotidiano.

Il

(Montedison). Il primo viene eletto presidente di Confindustria, il secondo

vicepresidente. Questa ulteriore carica rende la posizione di Agnelli ancor più

delicata: il peso politico dei quotidiani comincia ad essere insopportabile.

Ma a gettare scompiglio in questa situazione e far precipitare la situazione ci pensa

l’uscita in giugno de

Montanelli lavora all’uscita di questo nuovo quotidiano: ha trovato, dopo numerosi

tentativi (anche da Rizzoli che, forse avendo già in testa il Corriere, rifiuta) un

finanziatore proprio in Cefis.

Il “finanziamento” è in realtà un contratto pubblicitario da 12 miliardi in tre anni

concluso tra Il Giornale e la concessionaria SPI. Il minimo annuale di pubblicità

garantito è molto alto. Che comunque il vero finanziatore sia Cefis è opinione

comune. Stesso metodo di finanziamento la Montedison l’aveva utilizzato per la

29 aprile 1974 Carlo Caracciolo, per togliere un18 aprile del 1974 intanto si conclude il lungo scontro tra Agnelli e CefisIl Giornale fondato da Indro Montanelli. Dall’inizio dell’anno

Gazzetta del Popolo

interessa nulla”. Il

boom da più di 250mila copie. Ma presto si assesteranno ad una cifra più bassa ed

a Milano in realtà il quotidiano non sfonda. Alla fine la perdita reale di copie per il

Corriere si attesta sotto le 50mila copie. Non è un disastro ma è quanto basta per

suscitare grande paura in via Solferino e spingere Giulia Maria Crespi a vendere.

. “Ma dove la Spi prenda i soldi – dice Montanelli – non miGiornale Nuovo esce in edicola il 15 giugno 1974: all’inizio è un

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Il Corriere in mano a Rizzoli

Da tempo Angelo Rizzoli senior, fondatore e proprietario della più grande casa

editoriale italiana, coltiva il sogno di diventare proprietario di un quotidiano. La

crisi, evidente e prolungata del Corriere, ha alimentato fin dai primi mesi del 1974 le

aspettative della famiglia. Con il Corriere come primo pensiero il Gruppo Rizzoli ha

recentemente rifiutato, probabilmente per non perdere l’affare, anche il progetto di

Montanelli. Il gruppo però non gode di ottima salute. Si parla di un’azienda che

deve rinnovarsi, investendo molto e che, a detta di molti, non ha la liquidità

necessaria per farsi carico così su due piedi della totalità di un altro colosso

malmesso quale l’Editoriale Corriere della Sera.

Ma ad aprire una cospicua linea creditizia a favore di Rizzoli ci penserà la

Montedison. Tutti i finanziamenti esterni sono reperiti grazie alla sua

intermediazione. Tra i finanziatori anche la Banca Commerciale allora presieduta

dal futuro Ministro del Tesoro Gaetano Stammati (tessera P2 1617).

Il gruppo editoriale ha con Eugenio Cefis anche un accordo di finanziamento

diretto nell’ipotesi di acquisto del Corriere. Politicamente l’acquisto del Corriere

viene benedetto anche da Fanfani che auspica un cambiamento nella sua linea

editoriale che sotto la direzione di Ottone viene ritenuta troppo “filocomunista”.

Non c’è unanimità sull’entità e sulle modalità del finanziamento Montedison.

Alberto Mazzucca, nella sua storia della casa Rizzoli, sostiene che il 50% del costo

totale di acquisizione dell’Editoriale Corriere della Sera sarebbe stato finanziato

dalla Montedison senza interessi e con un lunghissimo piano di rimborso. Per

cinque anni poi la Montedison avrebbe pagato la metà delle perdite del Corriere.

Mentre Pansa presenta Cefis come garante esclusivamente della quota di Agnelli.

Sia come sia, il finanziamento c’è ed è determinante perché l’affare si concluda. Si

conferma così lo stile Montedison che non compra (ad eccezione del Messaggero)

direttamente i quotidiani ma li controlla attraverso cospicui finanziamenti agli

editori. Ma quali sono i reali scopi di Cefis in questa operazione? Per Pansa Cefis

intende innanzitutto far sloggiare la Fiat e l’Eni da via Solferino. In secondo luogo

vuole “neutralizzare” il Corriere nei confronti della Montedison, negli ultimi tempi

troppo bersagliata. Ed infine c’è anche la speranza di guadagnare punti e credito

presso Fanfani con il miraggio di una linea editoriale addomesticata.

Con queste garanzie i Rizzoli si buttano quindi nella trattativa: l’azienda da

acquisire ha un fatturato ed un numero di dipendenti, se pur di poco, superiore a

quello del gruppo editoriale e, soprattutto, ha forti perdite. La decisione di

acquistare il Corriere divide al proprio interno la famiglia: Giuseppina Rizzoli e il

ramo Carraro considerano l’operazione un azzardo.

La scalata appare comunque molto facile per quanto riguarda la quota di Moratti (in

realtà prestanome come si è detto dell’Eni di Raffaele Girotti). Lunga e difficile

invece la trattativa per convincere Giulia Maria Crespi che cede la propria quota ad

un prezzo di 27 miliardi. Tre giorni dopo Moratti vende la propria quota per 14

miliardi mentre Agnelli cede per 13,5 miliardi. Quest’ultima quota, che verrà saldata

con pagamenti dilazionati, crescerà in maniera spropositata a causa del repentino

innalzamento dei tassi d’interesse. Il costo finale dell’acquisto sarà di 63 miliardi.

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La voce del passaggio a Rizzoli si diffonde in redazione già il

temono (ma il loro grido di preoccupazione, levatosi tramite un comunicato, viene

raccolto ben da pochi) si tratti di un’ulteriore lottizzazione, dell’ennesimo tassello

che va ad aggiungersi al già imponente impero che Cefis controlla nel mondo

dell’informazione. Calpestati, senza alcuna grazia, anche gli accordi che

dovrebbero regolare, in momenti simili, il rapporto proprietà− giornalisti. Ma

davanti alle rassicurazione subito fornite da Rizzoli e dalla sua storia di editore

puro i giornalisti depongono presto le armi. Anche perché, va detto, tutte le forze

politiche, PCI in testa cui basta l’assicurazione del mantenimento dell’attuale linea

al Corriere, sono favorevoli all’operazione.

Ma l’azienda acquistata dalla Rizzoli non sembra costituire un buon affare: con

impianti tecnologicamente superati, l’azienda conta esuberi di personale stimati tra

le 500 e le 1500 unità ed ha al suo interno una componente lavoratrice

sindacalmente molto agguerrita. Oltre a ciò il Corriere ha 55 miliardi tra perdite ed

interessi passivi. Per il solo 1974 il deficit supera i 15 miliardi. I Rizzoli, che non

dispongono di una liquidità così elevata entrano subito in grossa difficoltà e

devono ricorrere alle banche.

10 luglio. I giornalisti

I cambiamenti nella linea del Corriere

A peggiorare di molto la situazione v’è anche la gestione di Andrea Rizzoli. La

famiglia si è sempre vantata in questi anni di essersi tenuta lontana dai contatti con

la politica: con l’acquisto del Corriere questa "verginità" viene irrimediabilmente

persa. La scelta di non rimuovere Ottone, che continua a guadagnare copie, viene

pagata a caro prezzo dal punto di vista sia politico che economico: Cefis,

strettamente legato a Fanfani, ridimensiona infatti la propria promessa di

finanziamento. L’accordo, con Ottone che rimane alla guida del quotidiano, viene

molto ridotto: la Rizzoli riceverà un finanziamento di 24 milioni di dollari erogati

dalla Montedison International con la copertura della Rothschild Bank a tassi di

mercato con precise scadenze di rientro. L’accordo, meglio conosciuto come

“patto svizzero”, prevede inoltre un deciso intervento di Montedison sulla linea

editoriale. Una clausola questa che si scontra presto con la resistenza del Corriere:

alla richiesta di Rizzoli di avere “un occhio di riguardo” per la Montedison Ottone

minaccia le dimissioni. Fin qui le dichiarazioni di principio. Ma è anche vero che

sono molti, dopo i primi mesi della nuova proprietà a parlare di "involuzione" del

Corriere. Ottone, intervistato da Prima Comunicazione, ammette pure, ma

attribuisce la responsabilità al contesto. Il cambio proprietario, se ha influito, lo ha

fatto solamente come fonte di distrazione. "Abbiamo − dice Ottone − dovuto

dedicare pensieri, preoccupazione, attenzione a quello che succedeva al vertice

dell’azienda, sottraendo tempo ed entusiasmo alla nostra attività". Pansa in

particolare avanza il sospetto che in quei mesi il Corriere cominci a soffrire di una

certa cecità nei confronti di Montedison. Cosa ne pensano i dirigenti del colosso

chimico? Come riferisce un intervistato dello stesso Pansa "i risultati del nostro

nuovo rapporto con il Corriere furono sempre deludenti rispetto agli obiettivi che

Cefis si era proposto. […] I nostri articoli velina approdavano anche a Via Solferino

ma Ottone e i suoi redattori delle pagine economiche si sono sempre rifiutati di

pubblicarli. Insomma era un nemico in meno ma non un alleato in più". La linea si

fa comunque più prudente: anche se non mancano le frecciatine, su Montedison il

Corriere sceglie in linea di principio il silenzio. Gli altri settori del quotidiano

avrebbero invece continuato a godere di illimitata libertà.

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Va sottolineato che il "disimpegno" Montedison nell’affaire Corriere viene

probabilmente incoraggiato anche dalla concomitanza di alcuni avvenimenti:

pensato, ideato e condotto anche come strumento di pressione nei confronti di

Agnelli, la vendita a Rizzoli giunge a maturazione quando tra Cefis e l’Avvocato,

con l’accordo in Confindustria, è già scoppiata la pace. Tanto è vero che, dopo

averlo sostenuto nella sua impresa, Montedison abbandona a se stesso anche

Caproni, l’editore che aveva rilevato la Gazzetta del Popolo di Torino in funzione

anti−fiat.

La situazione economica si potrebbe forse ancora salvare se Andrea Rizzoli avesse

un piano industriale preciso. Ma, secondo quanto riportato da Mazzucca in “La erre

verde”, dinasty di una delle famiglie del capitalismo nostrano, il vecchio e

malandato capo di famiglia non prende minimamente in considerazione una

ristrutturazione aziendale e cita, come unica misura, l’innalzamento delle tariffe

pubblicitarie. Totalmente inadeguata anche l’organizzazione interna delle due

aziende. Con l’acquisto del Corriere Rizzoli non fa altro che caricare il proprio

management dei problemi e dei ruoli dell’azienda appena acquistata. Il “Corriere”

viene praticamente colonizzato dai manager Rizzoli che a loro volta si trovano a

dover lavorare in una situazione di fortissima tensione finanziaria mai provata

prima. In questo scenario assume sempre più rilevanza la figura del dinamico

Bruno Tassan Din, la cui crescita di importanza è proporzionale alla riduzione di

responsabilità di Andrea Rizzoli. Quest’ultimo delega in pratica alla guida

dell’azienda il giovane Angelo che si lega sempre più al manager.

Nel

Corriere e dalla allegra gestione del gruppo si palesa nell’uscita di Giuseppina

Rizzoli in Carraro, che vende ad Andrea il proprio 29% di azioni. Il costo di questa

ulteriore acquisizione è di 24 miliardi (in gran parte immobili e tenute).

Dopo l’uscita dei Carraro ed anche a causa del continuo innalzamento dei tassi che

sballano tutti i piani dell’azienda, la situazione dei debiti del gruppo peggiora

ulteriormente: i debiti all’inizio del 1975 ammontano a 100 miliardi: 25 con

Montedison, 35 con Comit, 10 con MedioBanca, il resto con altri istituti di credito.

Gli utili della Rizzoli coprono appena un terzo delle perdite dell’Editoriale Corriere.

In pratica tutte le azioni della Rizzoli (al 100% nelle mani di Andrea) sono impegnate

in fidejussioni personali date alle banche. Le azioni dell’Editoriale Corriere della

Sera sono tutte in garanzia: il 50% alla Montedison; il 25% alla Comit; il 25% agli

Agnelli.

La congiuntura politica ancora una volta non aiuta i Rizzoli. Il

dicembre del 1974 il dissenso interno alla famiglia causato dall’acquisto del15 giugno del 1975

infatti il paese verrà attraversato da una tornata elettorale di carattere

amministrativo, il cui peso però, anche perché si esce dalla batosta fanfaniana sul

divorzio, è prettamente politico. In quest’ottica si spiegano i numerosi attacchi cui

diventa oggetto il Corriere. A rivoltarsi contro la redazione del quotidiano milanese

è tutta la Democrazia Cristiana che dalle colonne de Il Popolo e da quelle de La

Discussione accusa a più riprese Ottone di gettare continuamente fango sul partito

di maggioranza a favore di socialisti e comunisti. Eppure in realtà la linea di Ottone

non appare pregiudizialmente anti−DC, anche se, a differenza del ’72, questa volta

non pone nessuna pregiudiziale anti−PCI. Piuttosto il direttore del Corriere, ad

appena una settimana dal voto, riesce ad inimicarsi i socialisti grazie ad un fondo

che molto somiglia ad un invito a non votare per il loro partito. Ma certo tutto si può

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dire tranne che Ottone giudichi il Pci come forza di governo oppure auspichi, come

molti invece gli rinfacciano, il compromesso storico (come si evince da numerosi

fondi).

Successivamente, sconfitto alle elezioni, Fanfani lascerà la guida DC, che di

conseguenza attenuerà la sua polemica con Rizzoli. Ma i riflessi di questa ostilità

per il Corriere si faranno sentire pesantemente sul sistema creditizio.

Per evitare il fallimento (ipotesi non esclusa) Tassan Din cerca tra i vari istituti di

credito un aumento dei fidi. Ma, Comit in testa, tutti sbattono la porta in faccia alla

Rizzoli. I proprietari cominciano a covare il sospetto che dietro a questi rifiuti ci sia

il veto da parte della DC a causa della direzione di Ottone. Ipotesi confermata in

ottobre dal rifiuto dell’Imi di concedere un prestito al gruppo. “Non dico che la

chiusura finanziaria nei nostri confronti – dice Angelo Rizzoli a Prima

Comunicazione – dipenda da tutti quanti i ministeri economici della DC. I nomi di

questi personaggi li conosciamo”. Alla domanda se si riferisse ad Emilio Colombo

e Fanfani, Rizzoli rispose “Non comment”.

Comincia allora la caccia al protettore politico. In poco tempo, rompendo la

tradizionale estraneità al mondo politico Angelo incontra Fanfani, Andreotti,

Piccoli, Bisaglia, Moro, Rumor, De Martino, La Malfa e Amendola. I Rizzoli

cominciano pure a servirsi di numerosi procacciatori di incontri.

L’ingresso della P2

Pronto? P2..

Nell’

Ortolani. L’avvocato da sempre legato ad Andreotti è influente componente del

sottobosco del potere romano. Da anni è socio d’ffari e fratello massone della

loggia P2 di Licio Gelli. Ortolani offre ai Rizzoli il proprio aiuto per la vendita del

complesso termale di Ischia (da tempo, per conquistare un po’ di liquidità, il

gruppo ne tentava il posizionamento). Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din lo

incontrano, nel suo ufficio romano di via Condotti, all’inizio dell’autunno.

All’incontro è presente anche Licio Gelli che magnifica le proprie conoscenze ed

offre loro un aiuto per i propri affari in Argentina. Angelo Rizzoli inizialmente non

ha una buona impressione di Gelli tanto che si informa presso le segreterie dei

partiti. Avute ampie rassicurazione i Rizzoli decidono di affidarsi all’aiuto dei due.

Assieme a Bruno Tassan Din, Angelo Rizzoli si iscrive alla massoneria nella loggia

P2: il primo viene registrato con la tessera 1633, il secondo con la 1617. La “scelta”

dà presto i suoi frutti.

Il

che potranno sicuramente venire in loro aiuto: si tratta di Roberto Calvi (Banco

Ambrosiano), Alberto Ferrari (Banca Nazionale del Lavoro), Giovanni Cresti (Monte

dei Paschi di Siena).

Nel

finanziamenti da parte del Banco Ambrosiano e dalle altre banche amiche di Gelli e

Ortolani. I due vengono pagati in percentuale. Per Tassan Din in un certo senso è

estate del 1975 entra in scena con una telefonata ad Andrea Rizzoli Umberto23 dicembre del 1975 nell’ufficio romano di Ortolani conoscono tre fratelli massonigennaio 1976 cominciano ad entrare nelle casse della Rizzoli i primi

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una svolta: il manager ha finalmente l’impressione di aver rotto definitivamente

l’accerchiamento e di poter cominciare a lavorare seriamente. Con la crescente

influenza di Calvi e Ortolani la Rizzoli assume una nuova e duplice strategia di

espansione in due direttrici: un aumento dei quotidiani e delle aziende da una

parte, e l’acquisizione di piccole banche e assicurazioni dall’altro. La filosofia alla

base dell’operazione è che, in un periodo di fortissima inflazione, convenga

indebitarsi. Una tesi assolutamente folle cui però Andrea ed Angelo Rizzoli

credono.

Espansione Editoriale

Nei successivi due anni la Rizzoli acquisirà la gestione della

del

de

e

Gazzettino

Ognuna di queste operazioni risponde, secondo quanto riferisce Mazzucca,

all’esigenza di fare favori anche ad alcuni influenti politici romani che necessitano

di uno strumento per mantenere il proprio potere sul collegio di origine. Ed in

particolare l’operazione

Gazzettino

Piccolo

Napoli (che viene gestito da Rizzoli al 51% e al 49% da una finanziaria DC cui

spettano le decisioni che riguardano la linea editoriale) a Gava: in parte per fargli

un dispetto in parte per guadagnare presso la sua corrente potere contrattuale.

L’unica operazione che si rivelerà veramente vantaggiosa tra i quotidiani sarà

quella della

Per quanto riguarda i periodici, Rizzoli acquista

di farlo diventare il diretto concorrente di

settimanale verrà salvato riconvertendolo in organo di informazione economica.

Intanto cambio di direttori per

Anche il comparto libri si espande: vengono sviluppate le vendite rateali (in un

periodo con quella inflazione!) con Penta e Rizzoli Mailing; viene creato il Club

Italiano dei Lettori; vengono acquistate La Nuova Italia e la Sansoni (quest’ultima

sembra per fare un favore alla Comit).

Si mette in cantiere, già nell’agosto del 1976 anche l’avventura televisiva tramite

l’acquisto di TeleMalta con un ambizioso progetto di diffusione in Italia. Alla sua

guida c’è Giorgio Rossi (iscritto alla P2, incaricato per lungo tempo di

rappresentare all’esterno il Gruppo Rizzoli)

Come viene letta all’esterno questa espansione editoriale? In generale

l’impressione è che Rizzoli, con il duplice scopo di sfuggire alla crisi che

l’attanaglia e di distribuire favori ad esponenti politici, stia costruendo il più grande

trust editoriale italiano.

“Se Rizzoli vuole conquistare tutta la stampa italiana per lottizzarla tra le forze

politiche – scrive Eugenio Scalfari − è evidente che la vittima sacrificale di questa

operazione è,

silenzio dei partiti sull’operazione il maggior indizio in tal senso. Anche Montanelli

parla di caso “inquietante”. “I casi qui sono due – scrive su

troviamo di fronte a un nuovo affare Sindona[…]Oppure si sta profilando una

Gazzetta dello Sport eMattino di Napoli (gennaio ’77). Diventa proprietaria de l’Alto Adige (estate ’77),Il Piccolo di Trieste (autunno ’77), de Il Lavoro di Genova. Fonda l’Adige a TrentoL’Eco di Padova. Cerca di mettere le mani anche su Il Giornale di Sicilia, Ile La Gazzetta del Mezzogiorno.Eco di Padova ed il tentativo di mettere le mani su Ilrispondono ai bisogni di Bisaglia; L’Adige a quelli di Flaminio Piccoli; Ildi Trieste a Moro per motivi di corrente; Il Lavoro ai socialisti; Il Mattino diGazzetta dello Sport.Il Mondo di Pannunzio nel tentativoPanorama. Fallito questo tentativo ilDomenica del Corriere, Oggi ed Europeo.in primis, la libertà di stampa”. Il direttore di Repubblica indica nelIl Giornale – O ci

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manovra di monopolio, cui Rizzoli presta, non si sa se per calcolo o sventatezza, il

proprio nome e la propria immagine di editore privato”.

Espansione Finanziaria

Questo lato della strategia viene condotto in gran segreto per molto tempo tenendo

all’oscuro di tutto sia Andrea che Alberto Rizzoli. L’intenzione, suggerita da

Ortolani e Gelli, è quella di creare un “polmone finanziario” per la Rizzoli che

assicuri al gruppo una maggiore liquidità. Nasce così a Roma la Rizzoli Finanziaria

che viene gestita da Tassan Din con Alberto Cereda (anch’egli iscritto P2).

Queste le operazione effettuate su proposta di Ortolani: acquisto della Savoia e di

Globo, due piccole assicurazioni (i Cda di queste due vengono poi nominati

direttamente da Ortolani); acquisto della Banca Mercantile di Firenze (un solo

sportello); acquisto della Banca Italo−Israeliana (una sola sede a Milano); acquisto

della Finrex, una finanziaria quotata in borsa.

Dopo pochi mesi, nel

all’Ambrosiano che dopo un altro mese la cede allo Ior (Istituto Opere di Religione),

che a sua volta la vende all’Immobiliare XX Settembre, anch’essa legata al

Vaticano. Tra un passaggio e l’altro il prezzo della Banca Mercantile raddoppia.

Con soldi dell’Ambrosiano stesso la Rizzoli acquista poi il 6% del Banco

Ambrosiano. Il risultato dell’operazione è disastroso: invece di guadagnare soldi,

come promesso da Calvi, nell’autunno del ’77 al momento della vendita la perdita

secca è di due miliardi. Addirittura tre i miliardi persi nell’acquisto del 2% delle

Generali (spesa totale di dieci miliardi).

In generale la strategia del “polmone finanziario” è un fallimento. Almeno per la

Rizzoli. Sembra infatti che dalle diverse operazioni abbia guadagnato molto,

arricchendosi notevolmente, Tassan Din. L’ultimo mese del 1976 vede anche

nascere tra i giornalisti, al seguito di alcune modifiche di statuto che hanno tutto il

sapore di esautorazione per i Rizzoli, timori di cambiamenti nell’assetto

proprietario.

novembre 1976, la Banca Mercantile viene venduta

All’inizio del 1977

un periodo di forti contrasti. Angelo vuole licenziarlo perché oramai i rapporti del

manager con Ortolani e Gelli passano sopra la sua testa. Ha la sensazione (esatta)

che Tassan Din sia diventato un passaggio obbligato per i rapporti tra la proprietà e

i finanziatori. Angelo Rizzoli ad un certo punto non riesce a gestire in modo

autonomo nemmeno i rapporti con Calvi che accetta di parlare con lui solo tramite

intermediari.

Il

inferiore ai 300. L’indebitamento con le banche ammonta a 105 miliardi. Le

fidejussioni personali continuano ad aumentare: 77 miliardi di Andrea; 62 di

Angelo; 10 di Alberto.

Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din dopo anni di sintonia vivonobilancio del 1976 si chiude con oltre 20 miliardi di perdita su un fatturato di poco

L’80% delle azioni Rizzoli “scompare”

A metà anno incombe, come uno spettro, la scadenza del pagamento alla Fiat per la

quota del Corriere. Entro il

15 luglio 1977 la Rizzoli dovrà versare ad Agnelli 22

10

miliardi. A peggiorare la situazione ci pensa anche la richiesta della Montedison di

saldare i debiti. Il gigante della chimica è stato infatti nel frattempo abbandonato, in

una situazione finanziaria disastrata, da Cefis. Ed i nuovi gestori battono cassa alla

Rizzoli. Si cercano, senza alcuna fortuna, finanziamenti all’estero. Angelo Rizzoli,

oppresso da questi due macigni, cade in depressione ed arriva a tentare il suicidio.

Ma il fallimento viene evitato ancora una volta da Gelli ed Ortolani che offrono ai

Rizzoli un aumento di capitale del gruppo da 5,1 miliardi a 25 miliardi e cinquecento

milioni. E’ la miura che Tassan Din va cercando (e che cercherà poi di volta in volta)

da tempo come soluzione a tutti i mali della Rizzoli.

In cambio di questi venti miliardi, è la proposta di Gelli ed Ortolani, Andrea cederà

l’80% delle azioni ad un misterioso gruppo di finanziatori. Il vecchio Rizzoli, che

forse non si rende nemmeno bene conto della situazione, intende l’operazione

come un pegno, tanto che detiene un diritto di riscatto, dopo tre anni, al prezzo di

35 miliardi.

Dieci giorni prima della scadenza del 15 luglio scatta l’operazione: l’Ambrosiano

presta alla Rizzoli i 20 miliardi che servono per saldare Agnelli. Alla fine del mese

Andrea cede la maggioranza dell’azienda incassando i 20 miliardi. Questi, che

costituirebbero l’aumento di capitale, vengono invece immediatamente girati

all’Ambrosiano per estinguere il debito contratto lo stesso mese. In pratica alla

Rizzoli, alla fine di tutto, non arriva nemmeno una lira e per l’azienda rimane tutto

identico. L’Ambrosiano inoltre rileva anche il debito contratto dalla casa editrice

nei confronti della Montedison. A conti fatti del 20% di azioni rimasto nelle mani dei

Rizzoli il 9,8% viene intestato fiduciariamente alla Rothschild mentre il rimanente è

suddiviso tra Angelo ed Alberto.

Ma quello che accade il

è per nulla chiaro. Tanto da non esserlo nemmeno per Luigi Guatri, il Commissario

Giudiziale che nella sua relazione rivolta all’udienza dei creditori il 31 gennaio 1983

dirà: “l’operazione avrebbe determinato il trasferimento dell’80% del capitale della

Società (pari all’aumento di capitale) a terzi non identificati che di fatto sarebbero i

finanziatori dell’operazione”. C’è solo traccia delle strane azioni di una sconosciuta

“Giammei & C spa” che esegue le operazioni, per un totale di 20 miliardi e mezzo

con assegni dell’Istituto Opere di Religione (nelle cui casse infine nel 1981

compariranno le famose azioni).

All’esterno l’operazione rimane sconosciuta e per tutti i Rizzoli rimangono gli unici

proprietari del gruppo. Ma il loro potere diminuisce. L’accordo che Gelli ed Ortolani

a nome degli ignoti finanziatori pretendono prevede che:

29 luglio 1977, giorno dell’emissione delle nuove azioni, non

·

nessuna variazione venga riportata nel libro soci

·

Giuseppe Prisco e Gennaro Zanfagna) con potere di veto.

nel Cda entrino due rappresentanti della nuova proprietà (saranno gli avvocati

·

dell’amministratore delegato

lo statuto venga modificato diminuendo i poteri del presidente e

·

all’unanimità

Il risultato conclusivo è che per quattro anni il gruppo editoriale più grande d’Italia

ed il Corriere della Sera rimane nelle mani di una proprietà occulta all’insaputa di

venga costituito un comitato esecutivo di tre persone che può deliberare solo

11

tutti, opinione pubblica e giornalisti. O se si vuol dare un nome a questa proprietà

occulta non rimane altra soluzione che ricorrere a quello della P2.

Ottone si dimette

Nel

Piero Ottone comunica all’azienda la volontà di volersi dimettere. Lascerà la guida

del Corriere, che aveva preso nel marzo del ’72, il 28 ottobre ‘77. Alberto ed Angelo

Rizzoli per sostituirlo pensano ad Alberto Ronchey cui affiancare come

condirettore Franco Di Bella. La decisione passa però, secondo quanto riferito da

Mazzucca, per le mani di Gelli che pone il proprio veto sul nome di Ronchey

giudicato troppo legato agli Agnelli. La controproposta del Venerabile è quella

dell’accoppiata Di Bella−Sensini (entrambi sono iscritti alla P2). Dopo una rapida

consultazione con le segreterie dei partiti la scelta ricade sul solo Di Bella.

Le dimissioni di Ottone e del suo vice Michele Tito, comunicate sulla seconda

pagina del Corriere del 22 ottobre, suscitano la protesta dei sindacati “perché

l’editore, di fatto, non ha riconosciuto la priorità della comunicazione al Comitato di

Redazione”.

Il fondo di commiato di Ottone viene pubblicato sul Corriere del 29 ottobre. Tra i

passi si legge “siamo usciti indenni da ogni mutamento, conservando intatta la

nostra indipendenza, e quindi la facoltà di servire onestamente il nostro pubblico

[…] Posso assicurare che la mia indipendenza di direttore è rimasta totale fino

all’ultimo giorno e confido che tale rimarrà per il mio successore”.

Il giorno prima, il 28, Franco Di Bella aveva presentato il proprio programma ai

giornalisti del Corriere. Il voto sul suo programma fu di 95 si, 20 no, 63 astenuti.

Questi ultimi intendono dare con la propria astensione un segnale di

“preoccupazione su un mutamento dell’assetto proprietario nonché sulle ipotesi di

oscuri finanziamenti legati ad interessi politici in contrasto con la tradizione del

Corriere della Sera”.

Il 30 Ottobre Di Bella si presenta ai lettori.

“Intendiamo mantenere il Corriere libero e indipendente da pressioni di qualsiasi

genere […] Dichiariamo la più totale fedeltà alla Costituzione Repubblicana e al

patrimonio morale che si ispira ai valori della Resistenza e della Democrazia

Parlamentare; irreversibile chiusura al fascismo”. Questa la conclusione del suo

editoriale:

“Goethe diceva sovente – e sovente lo ripetono anche Saragat e La Malfa – che si

può vivere nell’ingiustizia ma non nel disordine. Ebbene in noi tutti riposa la

certezza morale che gli italiano nei prossimi anni non debbano né possano vivere

mai più né nell’ingiustizia né nel disordine” .

Ordine – disordine, due vocaboli che ritornano troppo spesso. Di Bella è uomo

profondamente legato (anche se la data di inizio di questo legame è controversa) al

Venerabile. Lo testimonia molto bene una lettera inviata a Gelli il 23 dicembre del

1977 e pubblicata da Il Giornale d’Italia il 28 febbraio del 1982 in cui Di Bella

esprime innanzitutto la propria”riconoscenza e devozione”. “Ambirei moltissimo

essere ricevuto da Lei dopo il 10 gennaio, nella data che Ella riterrà opportuna –

scrive il direttore del giornale più venduto d’Italia – sia per dissolvere qualche

settembre del 1977, in anticipo sulla scadenza naturale del contratto triennale,

12

ombra sia per realizzarla più compiutamente sulle prospettive, l’una

disordinatissima, le altre ancora confuse..[…] Mi creda, con rinnovata affettuosa

devozione, il suo Franco Di Bella”.

Ma tutto il mese di ottobre oltre al cambio di direzione vede un intensificarsi delle

voci di modifiche nell’assetto proprietario. Il 3 ottobre del 1977 il Comitato di

Redazione e il Consiglio di Fabbrica dell’Editoriale del Corriere della Sera emettono

un comunicato in cui denunciano i propri sospetti. “Ribadiscono la più ferma

opposizione a modifiche proprietarie che vadano contro la lettera e lo spirito della

riforma dell’editoria già all’esame del parlamento”. I Rizzoli si impegnano ancora

una volta nella difesa dell’identità antifascista del Corriere. Col senno di poi difficile

non notare il triste gioco tra la retorica antifascista e la crescente influenza del

repubblichino Gelli che già dal ’75 va dicendo (testimonianza raccolta da Pansa) di

“poter piazzare al Corriere le notizie che voglio”.

E, col senno di poi, sanno di beffa alcune rassicurazioni di alto livello. L’8 ottobre

del 1977 il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gian Aldo Arnaud

(tesserato P2) scrive una lettera ai ministri Morlino (bilancio) Pandolci (Finanze)

Stammati (l’ex presidente della Comit, ora Ministro del Tesoro e tesserato P2).

“Rizzoli – scrive il sottosegretario – mi ha assicurato che le voci sul cambiamento

di proprietà sono infondate. […] Lo stesso dottor Rizzoli ha infine sostenuto che il

Governo dispone di tutti gli strumenti necessari per accertare la veridicità sulle sue

affermazioni”. La lettera, che era pervenuta al sindacato, si conclude con l’invito ai

tre colleghi di Governo ad eseguire approfondito e rapido accertamento.

Ma intanto all’esterno Angelo continua a comportarsi come il vero padrone

dell’azienda.

Per tentare di porre rimedio alla sempre più pesante situazione finanziaria (177 i

miliardi di debiti) vengono varati una serie di supplementi settimanali a colori per i

quotidiani. Un’operazione, tenuta in vita a lungo, che non farà altro che aumentare

le perdite del gruppo. La Rizzoli aumenta anche il proprio impegno in Sudamerica.

Fin dalla fine degli anni ’60 il gruppo è presente in Argentina dove gestisce una

attività distributiva. Anche per assecondare le spinte di Gelli e Ortolani le attività in

loco crescono. Perno delle iniziative editoriali nel continente è la Crea (Cellulosa

Rizzoli Empresas Asociadas), società creta assieme alla Cellulosa (impresa legata a

doppio filo con la politica sudamericana). La Rizzoli International rileva, per la cifra

di 200mila dollari, i due quotidiani pubblicati da Ortolani in Argentina e Brasile. La

Crea intanto si espande comprando un grosso quotidiano, l’Abril, e diventando in

questo modo la prima impresa editoriale argentina. Ma alla fine di tutta l’operazione

il risultato per la Rizzoli è un grosso indebitamento con la Bafisud (la banca di

Ortolani) cui finisce in garanzia il 49% delle azioni della Crea, quelle detenute

appunto dalla Rizzoli.

Per riformare l’azienda, arrivando ad una effettiva fusione di Rizzoli e Corriere della

Sera, Tassan Din elabora una riorganizzazione imperniata sull’inedita figura di

Direttore Generale. Lo scopo della mossa sarebbe in realtà, secondo

l’interpretazione prevalente, togliere ulteriore potere alla famiglia Rizzoli. Gelli vuole

che il nuovo vuole sia ricoperto proprio da Tassan Din. Nonostante le timide

resistenze dei Rizzoli il consiglio di amministrazione nominerà il

3 febbraio 1978

13

proprio Tassan Din alla carica di Direttore Generale, tra lo sconcerto dei vecchi

manager che non comprendono come sia possibile che un manager che pochi mesi

prima doveva essere cacciato conquisti un simile potere.

Tassan Din si mette subito al lavoro e in poco tempo, nei primi mesi del ’78,

rivoluziona completamente il management: i cambiamenti nell’organigramma

aziendale, tra assunzioni, promozione e spostamenti, saranno 88 su 140. Il neo

Direttore Generale poi trasferisce i propri uffici in via Solferino confermando in

pieno la propria impronta interventista. Nel

un accordo per la ristrutturazione: non ci sarà nessun licenziamento, ma solamente

la liquidazione delle imprese non editoriali e la sostituzione di prodotti obsoleti con

i nuovi. In pratica Bruno Tassan Din, con poteri quassi illimitati (se non da Gelli)

diviene il vero Editore in casa Rizzoli.

L’uscita di scena definitiva dei Rizzoli si consuma in pochi mesi. Il vecchio Andrea

viene in pratica esautorato. Pieno di debiti di gioco, con una pessima fama, viene

convinto dal figlio stesso a dimettersi dalla Presidenza. Questa andrà, secondo

quanto già concordato con i “finanziatori” proprio ad Angelo. Come consolazione

Andrea, dimessosi il

compleanno, riceverà in cambio i soldi per appianare i debiti di gioco e la carica di

Presidente Onorario. Il 24 Ottobre dello stesso anno Angelo viene nominato

presidente. Il suo posto nel consiglio di amministrazione viene occupato da

Ortolani (già vicepresidente della Rizzoli International). Alberto, oramai

completamente esautorato da qualsiasi potere effettivo, si dimette nel maggio 1979

cedendo la propria quota al fratello Angelo. Il potere dell’unico Rizzoli rimasto,

presidente ed amministratore delegato allo stesso tempo, è agli occhi del pubblico

enorme. In realtà si tratta di poco più che una marionetta che fino alla fine si batterà

come un forsennato per riacquistare il potere che sente di avere oramai

definitivamente perso.

Con una lettera del 30 ottobre ’78 il Direttore Generale del gruppo Rizzoli (vedi

allegato) ringrazia il Commendatore Licio Gelli per aver accettato l’incarico di

rappresentare Il Gruppo presso i Governi Stranieri, Argentina in primis.

luglio 1978 raggiunge con il sindacato16 settembre 1978, giorno del suo sessantaquattresimo

Da Ottone alla P2 o da Ottone a Di Bella?

A leggera così la cronistoria della travagliata storia del Corriere targato Rizzoli

sembra che l’ingresso della P2 nella linea del giornale coincida esattamente con

l’inizio della direzione di Franco Di Bella. E’ anche vero che il piduista Di Bella

ottiene la carica pochi mesi dopo che la maggioranza delle azioni è in mano agli

ignoti “finanziatori”, quando cioè il potere della P2 sul gruppo raggiunge il suo

apice. Che con Di Bella sicuramente l’influenza della P2 si palesi in maniera chiara

non è oramai messo in dubbio da nessuno. A fornire indizi pesanti sono le stesse

pagine del Corriere: il sostegno ai candidati P2 nelle elezioni del ’79, il black−out

sull’Argentina, il crescente peso dell’immagine dei militari amici, le interviste a Gelli

e amici e molto altro ancora.

Un’influenza certificata, anche se con prudenze e ampie perifrasi, dalla sentenza di

censura emessa il 13 dicembre del 1982 dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia,

il quale: “Infligge a Franco Di Bella, ai sensi dell’art.51 della legge professionale, la

sanzione della censura, per la colpevole leggerezza dimostrata nell’aderire alla

14

loggia P2, nel frequentare ripetutamente quanto ossequiosamente il maggior

esponente, e nel predeterminare così condizioni di acquiescenza ai

condizionamenti che ne sarebbero potuti derivare […] Il giornalista non poteva non

farsi avvertito, chiara essendo la potenziale prevaricazione imposta alla presenza

massonica attraverso ordini e “suggerimenti” dati secondo la notoria prassi

consuetudinaria. Il Consiglio dell’Ordine, pur prendendo atto di come tali

condizionamenti non sembra abbiano avuto molto (sic) di dispiegarsi

compiutamente, e di come dunque la fattura del quotidiano cui Di Bella presiedeva

non abbia risentito in termini appariscenti, non ritiene peraltro credibile né

accettabile, che il direttore del più grande quotidiano nazionale, a meno di essere

uno sprovveduto, non avesse intuito, se non approfonditamente penetrato, il

significato della disponibilità che gli veniva richiesta nell’associarlo alla loggia P2.

Del pari non ritiene credibile né accettabile che egli, in successivi momenti, non

abbia valutato, nonché la potenzialità eversiva, quanto meno l’incompatibilità

morale di siffatta adesione con i doveri di garante e di operatore di corretta

informazione”.

Di Bella da parte sua, a scandalo scoppiato, ha rivendicato più volte la propria

autonomia dalla P2. La sua argomentazione principale sta nell’affermare di non

aver mai incontrato Licio Gelli prima della sua nomina alla direzione del Corriere.

La sua prima dichiarazione in tal senso la fa in occasione dell’assemblea generale

dei giornalisti del Corriere il giorno dopo la pubblicazione dei nomi degli aderenti

alla loggia massonica. Di Bella aggiunse di aver ricevuto da Gelli, in successivi

incontri, pressioni per licenziare Enzo Biagi, colpevole di essere l’autore di una

trasmissione televisiva sulla massoneria. Ma il direttore, davanti alla propria

redazione, sostiene di avere sempre garantito l’autonomia del giornale, anche a

costo personale. “Non ho nessuna intenzione di dimettermi perché ho la coscienza

tranquilla” conclude.

Stessa tesi viene sostenuta da Di Bella anche di fronte al Consiglio dell’Ordine. “Ho

incontrato per la prima volta Licio Gelli – dice Di Bella – il 20 settembre del 1978 ad

un ricevimento all’ambasciata argentina presso il Vaticano”.

Ma su questo punto l’Ordine dei Giornalisti stabilisce che Di Bella ha mentito. A

testimoniarlo la lettera autografa (sopracitata) diffusa da Gelli. Giampaolo Pansa

sostiene addirittura che il primo incontro tra i due si sia svolto nel settembre 1977

all’hotel Excelsior di Roma. Tema dell’incontro: proprio la nomina di Di Bella alla

guida del Corriere.

E l’Ordine si spinge anche più in là. Non solo Di Bella ha conosciuto Gelli prima di

quello che afferma ma “Ritiene anche che i reali rapporti tra Di Bella e la Loggia P2

non possano essere circoscrivibili nei riduttivi limiti asserito dall’incolpato”. A

testimoniarlo anche l’intervista di Maurizio Costanzo a Gelli apparsa sulla terza

pagina del Corriere il 5 ottobre 1980. Questa concorre a confermare “l’esistenza e la

continuità del rapporto”. E l’indipendenza di Di Bella viene negata in toto. Anzi

l’Ordine “giudica altresì deontologicamente grave che l’inquisito non abbia difeso,

fino alla misura estrema delle dimissioni o di una pubblica denuncia, la propria

indipendenza”.

Fin qui Di Bella: indifendibile e, va detto, praticamente indifeso.

15

Ottone−Di Bella: elementi di continuità

Alcuni dei temi che contribuiscono a rivelare l’influenza della loggia P2 sulla linea

editoriale del Corriere nascono prima di Di Bella.

Innanzitutto il black−out informativo sull’Argentina, che si protrae dal 1976 al 1981.

A mettere definitivamente fine a questo silenzio un articolo di Giangiacomo Foà sui

297 desaparecidos Italiani pubblicato il 31 dicembre del 1982 quando il Corriere è

diretto da Alberto Cavallari. La sua storia coincide con quella della censura sulle

notizie provenienti dall’Argentina.

“I miei guai – dice Foà intervistato da Pino Cimò su Prima Comunicazione – non

sono cominciati con Di Bella ma con Piero Ottone”. Fu proprio Ottone infatti, nel

giugno del 1977, ad ordinare a Foà di lasciare l’Argentina. Motivazione ufficiale:

l’editore (che Foà associa a Tassan Din) teme per la sua sicurezza personale. Foà,

che era sempre stato oggetto di minacce, è costretto a cercarsi un’altra sede. “Ma

già dal novembre del ’76 ero stato in pratica invitato a non scrivere dell’Argentina.

La richiesta era motivata dal fatto che gli editori non volevano intralci nell’acquisto

del gruppo editoriale Abril”. Su quali siano le motivazioni reali del successivo

trasferimento qualche sospetto lo avanza lo stesso Foà. Il giornalista aveva avuto

in affidamento dalla Rizzoli “Il Corriere degli Italiani” che, sostiene, ha ristrutturato

e rilanciato con coraggio. Le sue notizie, quelle scritte in Italia sull’Argentina e

viceversa non sarebbero piaciute in particolar modo alla Casa Rosada. Così

inizialmente, con lo scopo di tutelare gli interessi argentini di Rizzoli, gli viene tolta

la direzione del Corriere degli Italiani, che viene trasformato in “una rivistina di

varietà e frivolezze” e poi viene fatto allontanare dall’Argentina.

Con Di Bella la censura si aggrava. “Mentre Ottone mi aveva solo imposto il

trasferimento e teoricamente potevo occuparmi dell’Argentina e dell’America Latina

come avevo fatto fino ad allora, con Di Bella arrivò l’alt preciso e categorico. Di

Bella mi disse chiaro e tondo che per me l’Argentina non doveva più esistere”. E

così avvenne fino al termine del 1982. Sul Corriere uscirono in questi quattro anni

di black−out solo notizie che elogiavano il governo argentino. Una pesante

censura, che portò alla rinuncia di Biagi a seguire l’avvenimento, calò sui Mondiali

di Calcio del ’78. Come abbiamo visto l’inizio del processo risale al 1976, alla

direzione di Ottone, che subì ed accettò il diktat dell’editore.

L’editore appunto. Ma chi era l’editore del Corriere? Si trattava, come credeva Foà,

dell’editore Tassan Din che era costretto a questa misura per tutelare i numerosi

interessi argentini del gruppo Rizzoli o si trattava dell’editore P2 (leggasi Gelli e

Ortolani) che oltre a questi intendeva tutelare un’altra miriade di interessi ed amici?

Non si capisce poi perché Gelli avrebbe dovuto aspettare ben due anni fino al 1977

per far fruttare tutto il proprio lavoro. E non è lui d’altronde (anche se l’uomo ha la

fama di spararle veramente grosse) a dire, già dal ’75 di poter piazzare al Corriere le

notizie che vuole? D’altronde anche negli ultimi anni di Ottone il ruolo e il potere di

alcuni giornalisti massoni (lo stesso Di Bella e Sensini in particolare) sembra

crescente.

Va sottolineato poi che la direzione di Ottone, e la conquista del Corriere da parte

di Rizzoli, coincidono cronologicamente con una svolta all’interno della loggia

massonica P2. Secondo quanto sostenuto nella relazione dell’onorevole Giovanni

Pellegrino, presidente della commissione stragi, la P2 proprio tra il ’74 e il ’75 è

scossa da un mutamento di fase. Si tratta “dell’evoluzione, da un’idea di colpo di

16

Stato per la costruzione di un assetto politico e sociale autoritario e paternalista, ad

un progetto di conquista del controllo dello Stato con mezzi più morbidi e secondo

una visione più moderna di un assetto sociale "ordinato", che si connota di

efficientismo, meritocrazia, esaltazione dei valori individuali ed esasperazione della

preminenza delle esigenze economiche, ma che conserva una sostanziale

continuità con le impostazioni autoritarie precedenti”. Schema all’interno del quale

ricade il Piano di Rinascita Democratica che assegna grande importanza anche al

mondo dei media.

E Ottone in che misura era a conoscenza degli strani movimenti proprietari del ’77?

Un suo documento, “Considerazioni sul Corriere” fatto circolare all’inizio del 1977,

sembra quasi anticiparli e rifletterli nel tentativo di adeguare alla nuova situazione

la linea editoriale del quotidiano. Tra i temi sui quali il direttore invita a riflettere ci

sono la “credibilità o non credibilità del comunismo”, la convenienza che

l’informazione economica venga controllata in misura crescente a Milano. Ottone

avverte necessità di riprendere in mano il settore “Tribune Aperte” “per un miglior

dosaggio per quanto riguarda la provenienza ideologica delle collaborazioni. Chi

accusa il Corriere di sinistrismo cita di solito la unilateralità politica delle Tribune,

più spesso di sinistra e di estrema sinistra”. Di Bella vede contemporaneamente

rafforzata la propria posizione di vicedirettore.

E che la P2 e Gelli in primo luogo si facciano sentire sulla linea editoriale del

gruppo Rizzoli già prima di Di Bella trova conferma anche nel siluramento di

Gianluigi Melega che nell’agosto del 1976 aveva assunto la direzione dell’Europeo.

Sotto la sua direzione esce, a firma di Gian Carlo Mazzini, sul numero del 17

settembre 1976, un articolo dal titolo “Massone? No fascista” che parla dei rapporti

di Licio Gelli con la destra eversiva. Successivamente escono anche tre articoli−

inchiesta sulle proprietà e gli affari del Vaticano e dello Ior. Nel febbraio del 1977

Melega viene licenziato in tronco. A testimoniare l’ampio interessamento di Gelli al

contenuto del primo articolo le lettere dell’avvocato Predieri che parlano della dura

smentita (poi realmente pubblicata) pretesa da un infuriato Gelli (lettera riportata a

pag. 283 di “Nel nome della P2”).

Ottone una figura “sfuggente”

E’ in generale la figura di Piero Ottone che viene forse deformata da una storia

(come questa) scritta ripercorrendo innanzitutto i passaggi proprietari. Le pressioni

politiche (o meglio gli ammiccamenti) di Fanfani ed altri, prima su Cefis e quindi su

Rizzoli, ci forniscono di Ottone l’immagine, poi probabilmente trasformatasi in

senso comune, di un direttore “filocomunista”.

Ma questo, a mente fredda e con il distacco che solo il passare degli anni

consente, è il perverso effetto di una storia letta e vissuta attraverso la lente

deformante della P2 e dell’oltranzismo atlantico che percorre politica e società

negli anni sessanta e settanta.

Ma allora chi è Ottone?

Ottone prende la guida del Corriere il 3 marzo del 1972. Il giornalista ha alle spalle

la brillante direzione del Secolo XIX cui ha fatto guadagnare tirature mai raggiunte

prima. Ma per far posto ad Ottone, il suo predecessore Spadolini viene

letteralmente silurato. Un licenziamento che, per segretezza e velocità, lascia

esterefatti gli stessi giornalisti del Corriere che infatti sciopereranno contro le

17

barbare modalità dl licenziamento ottenendo un accordo, siglato il 14 marzo, che

obbliga per il futuro la proprietà ad una consultazione del Comitato di Redazione.

Ma quali sono i motivi di questo siluramento?

Molte sono le risposte a questo interrogativo e per lo più discordanti tra loro. Di

sicuro c’è il fatto che il Corriere (e questo a dire di Ottone e di Crespi è l’unico

motivo dell’avvicendamento) aveva perso nell’ultimo anno parecchie copie. Dal

punto di vista politico le ipotesi sono due ed opposte tra loro: c’è chi, conoscendo

le simpatie di Giulia Maria Crespi, sostiene che Spadolini venga licenziato perché

troppo di destra e chi invece vede nell’operazione la longa manus di politici che

vogliono preparare l’avvento del centro−destra.

Tra i sostenitori di quest’ultima tesi lo stesso Spadolini. Dalle dichiarazioni che

l’ormai ex direttore del Corriere rilascia a Giampaolo Pansa si può intuire

innanzitutto quanto la guida del Corriere sia carica che risente, pesantemente, della

situazione e degli equilibri politici della politica italiana. L’attacco verrebbe

insomma portato a lui per colpire in qualche modo, sia da destra che da sinistra, il

centro−sinistra di cui Spadolini si sente quasi “nume tutelare”.

La più plausibile delle due ipotesi è forse la seconda, non fosse altro per l’identikit

politico di Ottone: sicuramente non di sinistra; definito da molti, anche all’interno

della redazione del Corriere, un “conservatore”; “un liberale con la elle minuscola”

come si definisce egli stesso”. Ha votato, a quanto dichiara, sia per il Psi, che il Pli

e il Pri.

Il Pci non sembra accoglierlo a braccia aperte poiché lo ritiene “più a destra” di

Spadolini. Di lui si dice inoltre che ami la repubblica presidenziale e goda fama di

uomo d’ordine. Alle elezioni del ’72 Ottone invita, abbastanza palesemente, a votare

Dc e comunque non per i partiti cosiddetti “antisistema”. Alla nascita del governo

di centrodestra Andreotti−Malagodi il fondo del Corriere è intitolato “Potrebbe

anche durare”. Anche se senza entusiasmo insomma, per Ottone si può fare.

Lo scopo dichiarato della direzione Ottone è quello di una informazione

“indipendente” ed obiettiva volta soprattutto a conquistare lettori. Gradualmente il

giornale si aprirà, grazie alla rubrica della Tribuna, anche a contributi di sinistra

provocando nel ’73 la protesta della borghesia milanese. Ma le vendite, ed è questo

sicuramente quello che importa, continuano ad aumentare. L’aumento delle

tirature, questa sarebbe a detta di molti, la stella polare che guida la direzione

Ottone.

Ad insistere sulla strumentalità delle “aperture a sinistra” del direttore, è

soprattutto Giampaolo Pansa che nel suo “Comprati e venduti” dà ampio spazio

alle ipotesi in questo senso. “Il soviet di via Solferino”, il nuovo equilibrio venutosi

a creare nella redazione del Corriere con lo Statuto dei giornalisti sarebbe una

misura dettata innanzitutto dalla necessità di tutelarsi all’interno, verso la propria

redazione, in un momento delicato dal punto di vista proprietario in corrispondenza

con la nascita de Il Giornale.

A spiegarci magistralmente l’inafferrabilità storica della figura di Ottone e della sua

direzione è Giorgio Bocca. “Ottone – scrive Bocca su Prima Comunicazione

nell’ottobre del 1976 − deve fare un giornale che non dispiace ai comunisti e

neppure ai democristiani, che non procura grane a Cefis ma neppure ad Agnelli,

che non si mette contro la finanza di stato da cui Rizzoli riceve i prestiti, ma che

non può attaccare quella privata di cui Rizzoli resta comunque un rappresentante.

Diciamo, un giornale senza più una politica, che non sa più dove mirare, che

riempie la prima pagina di editoriali di sociologi e romanzieri”.

18

Bibliografia:

·

Bompiani 1977

“Comprati e venduti – I giornali e il potere negli anni ‘70”, Giampaolo Pansa,

·

massonica P2 – Raffaele Fiengo

II Bozza della relazione alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla loggia

·

Longanesi 1991

“La erre verde”: ascesa e declino dell’Impero Rizzoli”, Alberto Mazzucca,

·

Italia

“Nel nome della P2”, Michele d’Arcangelo e Tito Livio Ricci, 1993 Edizioni Nuova

·

“L’affare Rizzoli”, G.Carcano, De Donato Editore 1978

·

“Libertà di stampa anno zero”, Raffaele Fiengo, 1974, La Nuova Italia

·

“Razza Padrona”, Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, 1974, Feltrinelli

·

legislatura all’indirizzo:

frames.html

Relazione dell’Onorevole Pellegrino presidente della Commissione Stragi− XIIhttp://members.it.tripod.de/lamelagrana/storia/stragi−

19

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giovedì, 30 ottobre 2008

Cocktail

  • 1/4 prima neve sulle montagne
  • 1/4 arcobaleno di mezzogiorno
  • 1/8 streetview
  • 1/8 questo malcontato milione di euro/anno - delle nostre tasse - buttato nel cesso
  • 1/4 di ghiaccio di figlio in avanscoperta all'università di Pisa
  • 2 gocce di antibiotico a gatto Bo
  • una spruzzata di crisantemi gialli, i miei preferiti

Mescolare e servire con una foglia di musica.

postato da: astime alle ore 21:54 | link | commenti (6)
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mercoledì, 29 ottobre 2008

Errata corrige!

"Vorrei e sono deciso a mantenere la finanziaria così com'è, ma ciò non vieta che ci siano dei margini" per alcune modifiche "per esempio nella distribuzione delle risorse dei vari ministeri ho colto delle cose nella scuola privata che vanno corrette". Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi durante un incontro a Confcommercio.
da Repubblica on line.

 

Dalla Costituzione della Repubblica Italiana:

Art. 33.

L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.

La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale.

Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Ecco, nanerottolo, ora sai cosa correggere.

postato da: astime alle ore 21:57 | link | commenti (8)
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martedì, 28 ottobre 2008

Mente locale

Mente locale è una trasmissione di Radio Popolare condotta da due ragazzi simpatici, della taglia dei due che ho per casa - più o meno - che raramente riesco ad ascoltare.

Stasera, mentre tornavo dal lavoro prima del solito, ho ascoltato il racconto di una talpa del S.Raffaele di Milano. Pare che durante l'inaugurazione di non so che cosa, in una sala progettatissima con una barca galleggiante su una vasca vera con acqua vera, riservata alle autorità, il narciso Massimo Cacciari, sia caduto nella vasca, non capendo, da buon veneziano, che era acqua vera.

Ho riso per tutta la durata della traversata.

postato da: astime alle ore 19:27 | link | commenti (8)
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lunedì, 27 ottobre 2008

Laghèe

I cittadini non credono al mal di testa che ci coglie quando caliamo in città.

E neppure che sentiamo l'aria che puzza: i soliti snob laghèe.

Sono bastati quattro mesi di lago per sentirmi dire da un palermitano doc, di ritorno da un fine settimana a Milano:

Quando ho visto il lago mi è sembrato di essere più leggero, di respirare meglio. E' bello tornare qui.

postato da: astime alle ore 21:18 | link | commenti (3)
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domenica, 26 ottobre 2008

A las cinco de la tarde

Per me l'inverno inizia oggi, nonostante la tiepida giornata, nonostante le primule fiorite.

Inizia con la trasformazione dei vetri delle finestre in specchi, a las cinco de la tarde.

Inizia con l'uscire dal lavoro a buio fatto.

Inizia privandomi della mezz'ora serale, in giardino, a contare i verdi.

¡Eran las cinco en sombra de la tarde!

postato da: astime alle ore 17:55 | link | commenti (7)
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giovedì, 23 ottobre 2008

Presidente emerito

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni (…). Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì».

(Gli illuminati consigli di Cossiga a Maroni, sul Quotidiano nazionale di oggi)

Ps. Per precisione e correttezza: nella versione cartacea pubblicata dal Qn Cossiga non dice «picchiarli a sangue», ma solo «picchiarli»; e non c’è nemmeno la parola «massacrarli». La versione che ho citato qui sopra era quella pubblicata da Dagospia. Non cambia molto nella sostanza, ma mi è stata fatta notare la discrepanza e quindi è giusto precisare. Probabilmente la versione pubblicata da Dagospia era quella originale dell’intervista, a cui Cossiga ha poi fatto delle correzioni nei virgolettati rileggendoli (di solito succede così nelle interviste ai politici).

Dal blog di Alessandro Gilioli

postato da: astime alle ore 22:10 | link | commenti (9)
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mercoledì, 22 ottobre 2008

Scolaro d'antan

"Avviso ai naviganti.... io non retrecederò [sic e scandito]"

link a tutta la conferenza stampa.

postato da: astime alle ore 21:04 | link | commenti (9)
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martedì, 21 ottobre 2008

Cucina molecolare

Cucina molecolare in trasferta al Cern di Ginevra

BELLAGIO La cuci­na del Cern di Gi­nevra (Svizzera) è già in piena atti­vità, con 36 cuochi diretti dallo chef bellagino Ettore Bocchia in vista del pranzo molecolare che oggi chiuderà la cerimonia d'inaugurazione del più grande acceleratore di particelle del mondo, il Largo Hadron Collider (Lhc).

«Siamo in piena attività» - ha detto Bocchia - «e la cucina ha cambiato aspetto, con tanto di provette, forni e microonde e un angolo nel quale ab­biamo allestito un computer». Sono 20 le portate previste per i 1.500 invi­tati al pranzo di domani, tutte rigoro­samente di cucina molecolare. Così come i dieci dessert, fra i quali tre ge­lati all'azoto liquido, al gusto di lam­pone, crema e cioccolato.

A gelati saranno serviti su tre posta­zioni», ha detto Bocchia, chef del grand hotel Villa Serbelloni di Bellagio. Sono forse la portata più spet­tacolare della cucina molecolare: non appena l'azoto liquido viene ver­sato sulla salsa di base si solleva una nube di fumo che avvolge lo chef, mentre questi continua a montare con la frusta la salsa fino ad ottene­re un gelato dalla struttura cristalli­na sottilissima.

È un'uscita in grande stile, quella odierna, per la cucina molecolare. Una specialità che ha debuttato in Italia nel 2002 proprio con Bocchia, affiancato dal fisico della materia Da­vide Cassi dell'università di Parma. Fra le portate, uovo di faraona cotto a 65 gradi, crème caramel di piselli e panini alla lecitina di soia (funzio­na come un tensioattivo e sostituisce brillantemente l'uovo). La lecitina è anche utilizzata nei cavatelli con ragù di pesce. Quasi tutte le portate sono piatti classici della cucina moleco­lare; tra le novità, ha detto Bocchia, una salsa bemese senza burro e a ba­se di inulina, «una sostanza» - ha det­to lo chef - «che ho studiato in colla­borazione con Vincenzo Brandolini, docente di chimica farmaceutica e alimentare dell'università di Ferrara».

Da La Provincia di oggi

Un po' di curiosità me l'ha messa questo articolo, però dovrei rischiare 100-150 europei per togliermela.

Mi sa che mi terrò la curiosità, a fare il paio con un'altra che mi tengo da anni: ma come mai sarà il sesso virtuale?

 

postato da: astime alle ore 19:27 | link | commenti (11)
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Lascia che sfumi

Lascia che sfumi nell’oblio silente
come un fiore od un fuoco un tempo ardente.
Lo sapremo, vedrai, dimenticare:
il tempo è un caro amico, saprà farci invecchiare.

A chi chiede di lui, digli che è stato
da tanto tempo già dimenticato:
un fuoco, un fiore, foglia inanimata
sepolta in un’antica nevicata..

Sara Teasdale

postato da: astime alle ore 10:27 | link | commenti (1)
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