Oh, là! Una buona notizia in questa grigia domenica d'autunno:
Il cielodurista Bossi potrà prendersi una pillolina, un paio d'ore prima di un comizio, ed evitarci questi schizzi, di cui, in un paese civile e democratico, dovrebbe rispondere alla magistratura.
Ho un ricordo preciso del momento, ormai di quarant'anni fa, in cui ascoltavo questa canzone dal juke-box del bar sottocasa, ero ancora una bambina e ascoltavo rapita le parole senza capirne il significato, senza sapere che avrei tradito e sarei stata tradita, che ancora avrei dovuto conoscere l'ombra mia e degli altri.
Casini, riferendosi al governo Prodi ha detto: "Bisogna staccare la spina, questo è accanimento terapeutico".
Che sia stato fulminato sulla via di Damasco?
O quello che vale per i governi non vale per gli individui?
O sono solo parole dal sen fuggite?
Prima neve sulle montagne, 16° in casa, ci vorrebbe proprio un bel:
Non come il mio che fa fumo 
Potrei anche divertirmi a bruciare, non libri come il commissario di Montalban, ma articoli di giornale. Farei notte fonda.
Seguivo i viottoli della mia curiosità e ho trovato uno spezzone del film "Dreams that money can buy", 1947, una vera chicca. Regia di Man Ray e Hans Richter! Musica di John Cage! C'è pure Max Ernst nel cast!
Anche oggi non è passato inutilmente. 
La settimana scorsa guardavo mio figlio vicino alla vecchia prozia: lo stesso profilo perfetto, lo stesso di mia nonna e di mia mamma.
Mi è venuto in mente questo saggio, da me molto amato:
Via via che la sua bimba cresceva, i parenti e gli amici che avevan conosciuto la madre di lui notarono una sorprendente somiglianza negli occhi delle due donne, quella scomparsa da alcuni anni, e questo minuzzolo di donna, che aveva cominciato a balbettare le prime domande e a cantarellare le prime tiritere. Questa somiglianza aveva colpito anche lui, ma dapprima aveva creduto che fosse una tenera illusione d'affetto; eppure guardando una scialba fotografia di sua madre bambina, in quel costume di bambola di verso il 1878, con le calze zebrate e gli stivaletti, gli era parso di cogliere anche lì, sotto la curva delle palpebre, quello stesso sguardo dolce e vellutato; solo che gli occhi della madre erano più sporgenti. Boopis: ricordava d'aver scoperto l'esatta qualità degli occhi materni imparando a leggere Omero. Una mitezza, una serenità olimpie, una dolcezza vellutata che rifletteva grandi spazi d'azzurro; sebbene proprio azzurri come gli occhi di sua figlia non fossero quelli, ma screziati d'oro. E l'immagine omerica s'era saldata come d'incanto con un ricordo dei suoi primi anni, quando aveva avuto la rivelazione quasi folgorante di quegli occhi, una sera che la madre si recava a un ballo. Erano i primi anni del secolo, e la vita sembrava allora molto lieta; o forse era così solo nel ricordo, perché è il ricordo che crea il tempo felice. Sua madre gli dava la buonanotte, a lui già coricato, e con un bacio si faceva perdonare lo svago che si prendeva senza la compagnia del figliolo (davvero stavano troppo insieme); e nel curvarsi su di lui, la luce della lampada sul comodino le aveva colto gli occhi nel suo alone, e gli occhi avevano scintillato come le gemme della parure, erano apparsi come pietre preziose che pensassero. La straordinaria qualità di quegli occhi era d’unire due virtù in apparenza opposte, la morbidezza del velluto e lo scintillio prezioso, adamantino delle gemme. Lui, di quegli occhi, sentiva solo la carezza e la luce; apprese poi che altri ne sentiva il fuoco. Occhi d’una divinità serena e benigna per lui, Giunone madre, boopis. Chinava la fronte su di lui già invaso dal primo sopore; egli ricordava la magnifica acconciatura, le perle morbide come quello sguardo, i brillanti pieni di scintille come quello sguardo, e la veste magnifica di danza, come calice di quel fiore che emergeva con bianche spalle e candida fronte; quella veste che più tardi aveva veduto gualcita e impallidita in un armadio, e poi era rinata improvvisamente alla sua vista nei quadri di Boldini e di Sargent, ché le donne dell’epoca liberty eran tutte come dondolanti fiori sui prati di un mondo sereno. E l’atto di chinarsi della persona adorna e profumata, in quell’ambiente notturno, aveva avvicinato a lui quello sguardo, finché gli occhi soli occupavano il campo, come astri dominatori del cielo.
Ora che gli amici lo avevano incoraggiato, paragonava quegli occhi con le due gemme nuove sotto l’innocente fronte della figlia; vedeva accanto le due paia di occhi azzurri, quelli screziati d’oro, questi ancora infusi di latte come neve, candidi e cesii come il mare e la vela, come il cielo e la nuvola, come il mare e il cielo presso cui la bambina era nata. V’era la stessa dolcezza vellutata, e lo stesso subitaneo balenare, un balenio d’oro negli occhi della donna, un balenio d’argento in quelli della pargoletta. Vedeva gli occhi come quattro pietre preziose, due più grandi e possenti, due più piccole e delicatamente scintillanti, in una medesima cornice, come in quei medaglioni che i miniaturisti dipingevano alla fine del Settecento, ove su un fondo immacolato spiccavano gli occhi di una madre e delle sue figlie. Così isolati, gli occhi non lo ossessionavano già, ma ricreavano nella memoria di lui, come pietre cadendo in un’acqua tranquilla, per riverberi successivi la persona a cui appartenevano, rievocando qui una vita, e la facendo almanaccare quale sarebbe stata l’altra vita che cominciava pur ora. Erano, in quell’ideale medaglione ch’egli si fingeva, come incastonate gemme; erano anzi stelle esaltate nello scudo immenso del cielo: stelle di due destini.
Chi sa quand’era nata per la prima volta, come un fiore nuovo sul vecchio ceppo del suo albero genealogico, quella specie d’occhi di donna? Sapeva che nulla propriamente si ripete, nell’infinita legione di possibilità a cui dà luogo la generazione dell’uomo; eppure vi sono somiglianze, affinità così intime, variazioni così sottili e aderenti a un tema dominante, “non so che” così suggestivi, che il loro riconoscimento provoca quasi un grido di meraviglia. Sua madre e sua zia, per esempio, non poteva dirsi davvero che avessero le stesse fattezze; tuttavia la loro parentela era così evidente che non di rado qualcuno le scambiava una per l’altra. Quegli occhi denotavano una somiglianza più profonda di quella di un lineamento o d’un sorriso; erano diversi da tutti gli altri; erano una “scoperta” che aveva fatto il suo sangue nel corso di tante generazioni. Avrebbero potuto essere il blasone della famiglia, il titolo di nobiltà, assai meglio di quell’antico stemma con le corone di lauro concesse, si voleva, da Carlo il Calvo, e con l’aquila data dall’Imperatore. A quando rimontava quell’antico azzurro addogato d’oro e d’argento? Quel sereno che pareva ancora riflettere le vaste pianure e i cieli sconfinati del Nord? La vellutata dolcezza sposata allo scintillio adamantino? C’era stato da tempo immemorabile, certo, un azzurro, forse un semplice azzurro qualsiasi: antiche madri longobarde ne avevano abbassato la luce sui loro paegoli ravvolti nelle pelli, nelle zane di legno. Poi, un giorno di un secolo, per un incrocio fortunato, quel semplice, universale colore della razza s’era acceso d’una qualità senza eguale; nella miniera del sangue era nata una gemma. La gemma rinasceva di quando in quando, non mai la medesima, certo con mille sfumature, che un’intelligenza angelica avrebbe potuto cogliere, ma su cui l’intelligenza dell’uomo sorvolava, soltanto una identità.
E come il ritmo è l’inconscia resultante d’un sentimento poetico, o il tono del colore, d’una visione pittorica, sicché gli intenditori, sulla fede di quel ritmo e di quel tono, scorgono in due opere d’arte la mano dello stesso maestro, così quel colore d’occhi poteva, doveva essere l’indice di un modo di sentire e di comportarsi nel mondo; era una somma di energie vitali, una vita in nuce. Era il colore di un destino, quel colore indefinibilmente uniforme che hanno gli evanti che compongono il destino d’un essere umano, sicché la felicità – è stato detto – se si presenta parecchie volte nel corso di una vita, riappare quasi sempre con lo stesso volto, e la pena e la sventura riappaiono per le medesime vie, quasi punti nevralgici; ché nessun avvenimento esterno è tanto possente quanto la fatalità che l’uomo reca nel suo carattere.
Che significa tradotta in cifre del destino, quella speciale qualità d’azzurro? Aveva portato fortuna alle donne della sua genia che l’avevano recato in fronte, più leggiadro d’ogni diadema? Che poteva egli dire´Molte volte aveva visto gli occhi materni gonfiarsi di lacrime come ora vedeva, per un nonnulla, gonfiarsi di lacrime quelli della fanciulletta, ma erano tempeste violenti e rapide; e quel che più ricordava degli occhi materni era la loro capacità di raggiare di una gioia intensa. Così egli, come un esperto gioielliere, scrutava l’acqua di quelle quattro pietre preziose messe accanto in un medaglione ideale, e siccome in fondo alla loro trasparenza non si mostrava che un ambigua volto di destino, abbandonata ogni induzione, pregava colei che è la stella del mare che proteggesse almeno le due piccole stelle mortali novellamente apparse nel mondo.
da Voce dietro la scena di Mario Praz
Preferirei in cima ad una montagna, comunque, mi porterei questo disco (qui solo la prima parte).
Non sono uscita a prendere il giornale, per consolarmi, un giretto ne La casa di psiche e questo "L'alleanza delle religioni contro l'autonomia dell'uomo" U. Galimberti. 