Improvvisamente la terra si solleva, come sospinta da un lift, e il cielo, così da vicino, è grigio, mica azzurro.
E le foglie, ferme ed opache, sembrano fare un passo indietro: lasciano il passo all'impertinente colore delle rose. Così brave a bucare lo schermo grigioverde.
In questo film si sentono anche i profumi, perdinci.
Tutto è fermo, in attesa del primo brontolio, della prima goccia.
Di lui ho già parlato tempo addietro: il mio vicino di casa un po' tonto.
Stamani ero al telefono e sento suonare il campanello:
- Ciao V.
- Oh, ciao U.
- E' un po' di giorni che vedo la tua macchina parcheggiata, hai bisogno di qualcosa? Tutto bene?
- Sì, grazie, tutto bene! Sono solo in ferie, scusami ma sono al telefono. Ciao
- Ciao
La voce nel telefono:
- pronto? ci sei ancora o ti scappa la pipì dall'emozione?
Lei aveva avuto due figli maschi, probabilmente le era mancata una figlia e non si dava pace che io mi arrampicassi sugli alberi nonostante i vestiti di taffetas con cui mi addobbava. Però io l'ascoltavo, curiosa e vorace. E con me, solo con me, riusciva a parlare di quel figlio perso.
Con me prendeva le fotografie
e cominciava a raccontare di Sergio che appena diciottenne era partito per la Valgrande, con lo sguardo che correva al bellissimo ritratto a carboncino che di lui aveva fatto Guttuso - sì, com'era bello Sergio, era il figlio prediletto, dolce, affettuoso - e di cui non aveva saputo più nulla. E di tutte le riesumazioni a cui era andata, finita la guerra, sempre sperando di non trovarlo. Sino al giorno che, a Fondotoce, in una fossa comune, riconobbe un lembo di giacca, un taglio di capelli. Sergio era uno dei quarantadue fucilati a Fondotoce. Non parlò per un anno. Non che dopo parlasse molto.
Con vergogna, mi raccontava che nei giorni appena finita la guerra aveva partecipato a pennellare di minio la testa rasata delle donne collaborazioniste.
Mi raccontava di Nice Tomasetti, anche lei fucilata insieme ai suoi compagni e del suo impegno alla nascita dell'UDI, unica consolazione, unico impegno, oltre a quello di proteggere l'altro figlio da tutto. Tranne che dal suo dolore.
Non ho mai mancato di accompagnarla a Fondotoce, ogni anno a giugno, alla commemorazione.
Il mio grande regret è di non avere quel suo ritratto, un bellissimo quadro a olio, in cui sorrideva oscurando la ghirlanda di rose che le copriva il petto. Perché io non l'ho mai vista sorridere.
Anche quest'anno lo striscione di UsciamodalSilenzio sarà al corteo per la Giornata della Liberazione. Ci troviamo a P.ta Venezia - ang. Via Salvini -
vicinanze fermata MM 1 Palestro
buon 25 aprile a tutte
Guarda guarda cosa ho trovato:
Giardino astratto
La mela sul suo ramo è il desiderio
di lei, – sospensione lucente e mimica del sole.
Il ramo le ha tolto il respiro, e la sua voce,
nell’inclinarsi e levarsi su di lei di ramo in ramo,
articolata sordamente ecco le annebbia gli occhi.
Lei prigioniera dell’albero, delle sue dita verdi.
Giunge così a sognare d’essere divenuta albero, col vento
che la possiede e intreccia le sue vene giovani,
la stringe al cielo e al suo rapido azzurro, annegando
la febbre delle mani nella luce
del sole. E non c’è in lei memoria, paura né speranza,
oltre l’erba e le ombre distese ai suoi piedi.
Hart Crane
Traduzione di Roberto Sanesi
Senza flash!
(un divieto spesso incontrato nei musei italiani)
Senza fiamma, senza notti insonni, senza ardore,
senza lacrime, senza una forte passione, senza
convinzione,
così continueremo a vivere; senza flash.
Tranquilli e calmi, docili, assonnati,
le mani macchiate dall’inchiostro dei quotidiani,
i volti unti di crema; senza flash.
I turisti sorridono nelle loro camicie linde,
Herr Lange e Miss Fee, Monsieur, Madame Rien
entrano nel museo; senza flash.
E stanno davanti a un Piero della Francesca dove
Cristo, quasi folle, esce dalla tomba,
risorto, libero; senza flash.
E forse allora accadrà qualcosa di imprevisto:
si scuote il cuore, nascosto sotto il cotone liscio,
cala il silenzio, scatta il flash.
Adam Zagajewski (se non hanno un nome impossibile non mi piacciono)
.....
PERCHE’ APPLICARE
In realtà i processi sinestetici, come d’altra parte l’improvvisazione, sono due fenomeni molto comuni. Descriviamo spesso con immagini le sensazioni di una emozione pervenuta attraverso l’ascolto musicale, e nel secolo dell’immagine visualizziamo spesso quello che percepiamo con gli altri sensi. Riguardo all’improvvisazione, lo facciamo quando, ad esempio, rispondiamo al telefono a una chiamata imprevista utilizzando gli stessi processi che adotta un musicista di jazz. Processi che potremmo definire di sintesi sinestetetica sono quelli che avvengono per l’influenza che ha la colonna sonora per le scene di un film; nel melodramma la messa in scena è un processo compositivo di colori dei costumi e delle scene, delle parole degli interpreti, della musica composta. Insomma non è nulla di nuovo, solo che oggi la consapevolezza scientifica del fenomeno ci dà ulteriori possibilità espressive. Io sono un musicista nella misura in cui privilegio un determinato linguaggio, ma esso rappresenta per me solo una prospettiva di inquadramento di quanto ricevo da una lettura, un quadro o quant’altro colpisca i miei sensi. C’è chi chiama questo processo “ispirazione”; per me, in questo modo, l’ispirazione viene alimentata da numerose direzioni e sollecitazioni.