....Al fine di definire natura e qualità di un'unione di fatto, non è dirimente il genere dei conviventi, né il loro orientamento sessuale. Va considerato piuttosto, quale criterio qualificante, il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà), la loro stabilità e volontarietà."
Il resto del testo della mozione sui pacs approvata.
Ora mi è chiara la preoccupazione espressa dalle gerarchie cattoliche: e se venisse adottato lo stesso criterio qualificante per i matrimoni? Quante famiglie uscirebbero integre messe sotto la lente de "il sistema di relazioni (sentimentali, assistenziali e di solidarietà), la loro stabilità e volontarietà"?
Un lettore del blog, amico di vecchia data, mi faceva notare che dalle cianfrusaglie appuntate in questo spazio, non trapela il mio tratto passionale, sensuale. Mai un accenno al sesso.
Gli ho risposto che sin che ho la fortuna di farlo, non sento la necessità di parlarne. 
Anche perché è la cosa più difficile in assoluto. Solo all'interno di "frammenti di un discorso amoroso" a due lo trovo sopportabile.
Qui di seguito due reperti, a caso, tra una pila scaduta, nastri di vecchi pacchi, candeline di compleanno e lampadine:
Senza che lo chiedessi, mi hai fatto la grazia
di magnificare il mio membro.
Senza che lo sperassi, sei caduta in ginocchio
in posizione pia.
Quello che è stato non è stato sepolto.
Per sempre e un giorno
il pene riceve la pietà osculante della tua bocca.
Oggi non ci sei né so dove sarai,
nell'impossibilità totale di un gesto o di un messaggio.
Non ti vedo non ti sento non ti stringo
ma la tua bocca è presente, adorante.
Adorante.
Non credevo d'avere tra le cosce un dio.
Carlos Drummond de Andrade
E ora chi mi ferma più? 
L'eutanasia non è suicidio, perché nel suicidio la pulsione di morte ha il sopravvento sulla pulsione di vita, mentre nel caso dell'eutanasia non siamo in presenza di una devastante pulsione di morte, ma a una voglia di vivere che però al soggetto pare insostenibile per le condizioni in cui versa la sua vita resa possibile solo dalle macchine che sostengono il suo organismo. La tecnica infatti ha creato un tempo intermedio tra la vita e la morte, dove una vita organica si protrae o in assenza di una vita cognitiva o in conflitto con le capacità di sopportazione del paziente, che in questo caso chiede di essere aiutato a morire.
Di eutanasia si può parlare solo in questo secondo caso in cui si asseconda la libera volontà espressa da un malato di porre fine alla sua esistenza quando si verificano alcune condizioni che la rendono insopportabile.
Perché tanta incertezza e tante discussioni intorno alla morte assistita, chiesta, invocata, quando il paziente è vivo solo per le leggi biologiche dell'organismo, in quella notte buia determinata dalla irreversibilità della propria condizione che non attende più nessuna alba? Perché è incerto il nostro concetto di "vita", che oscilla paurosamente tra la vita anonima dell'organismo e quella personalizzata dell'individuo che, nelle residue possibilità biologiche del suo corpo, non riconosce e non lascia riconoscere alcune immagini di sé.
Sulla prima posizione è attestata la chiesa cattolica e la convinzione di molti credenti che, partendo dal concetto che la vita è un dono di Dio, ne chiedono il rispetto sino all'ultimo respiro. Questo argomento a me pare troppo generico fino ai limiti dell'insignificanza, quando non addirittura decisamente materialistico. Cos'è infatti la vita? La semplice animazione della materia, come pare di poter dire per certe esistenze tenute appunto "in vita" dalla strumentazione tecnologica, o il rispetto dell'individuo, della sua coscienza, della sua deliberazione che proprio il cristianesimo, e non altri, ha eretto a valore indiscusso, trasmettendo questo riconoscimento alla cultura laica che lo ha assunto a principio della sua organizzazione sociale?
Il problema dell'eutanasia non mette in gioco il valore della "vita" che prolifera ovunque, ma il valore dell'"individuo" che, in certe condizioni, può non ritenersi più degno di sé, e può quindi sentirsi in diritto di decidere di por fine a un'esistenza quando questa ha assunto i tratti di un puro processo biologico che, grazie all'assistenza tecnica, procede nella sua anonima irreversibilità.
Con queste considerazioni non voglio spezzare lance a favore dell'eutanasia; semplicemente vorrei che la morte perdesse quel suo tratto di estraneità che inevitabilmente possiede quando è affidata alle sorti biologiche dell'organismo e diventasse qualcosa di familiare con la vita, qualcosa che non chiude come un evento estraneo amori e amicizie, ma si fa accompagnare dagli amori e dalle amicizie per cui e con cui si è vissuto. Questa è la morte "umana" che va assolutamente distinta dalla morte "biologica", che al limite non ci riguarda.
Di fronte ai progressi della tecnica medica, che i difensori della "sacralità della vita" rifiutano quando si tratta di nascere e accolgono a mani aperte quando si tratta di morire, non rimuoviamo la zona d'ombra che rintracciamo solo nello sguardo modesto, perché solo "organico", che la scienza ha della vita e della morte.
La scienza fa benissimo ad attenersi rigorosamente al suo sguardo, perché altrimenti salterebbero tutti i suoi metodi, ma malissimo faremmo noi ad abbassare il nostro sguardo sulla vita e sulla morte a livello dello sguardo scientifico. Perderemmo nell'ordine: la nozione di "persona" a favore di quella di "organismo", la nozione di "individuo" a favore di quella di "genere", la nozione di "vita" ridotta a semplice prolungamento del proprio "quantitativo biologico", dimenticando che la vita è essenzialmente biografia, reperimento di un senso, spazio di libertà e decisione. Misconoscere queste caratteristiche significa non riconoscere l'uomo e la sua differenza essenziale rispetto agli animali, le piante, le cose.
Umberto Galimberti, da la Repubblica delle donne di ieri
Non c'è dissolutezza peggiore del pensare.
Questa licenza si moltiplica come gramigna
su un'aiuola per le margheritine.
Nulla è sacro per quelli che pensano.
Chiamare audacemente le cose per nome,
analisi spinte, sintesi impudiche,
caccia selvaggia e sregolata al fatto nudo,
palpeggiamento lascivo di temi scabrosi,
fregola di opinioni - ecco quel che gli piace.
In pieno giorno o a notte fonda si uniscono in coppie, triangoli e cerchi.
Poco importa il sesso e l'età dei partners.
I loro occhi brillano, gli ardono le guance.
L'amico travia l'amico.
Figlie snaturate corrompono il padre.
Il fratello fa il ruffiano per la sorella minore.
Preferiscono i frutti
dell'albero vietato della conoscenza
alle natiche rosee dei rotocalchi,
a tutta questa pornografia in definitiva ingenua.
I libri che li divertono non sono illustrati.
Il loro unico svago - certe frasi
segnate con l'unghia o la matita.
E' spaventoso in quali posizioni,
con quale sfrenata semplicità
l'intelletto riesca a fecondare l'intelletto.
Posizioni sconosciute perfino al Kamasutra.
Durante questi convegni solo il tè va in calore.
La gente siede sulle sedie, muove le labbra.
Ognuno accavalla le gambe per conto proprio.
Un piede tocca così il pavimento,
l'altro ciondola libero nell'aria.
Solo ogni tanto qualcuno si alza,
va alla finestra
e attraverso una fessura delle tende
scruta furtivo in strada.
Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia
Vediamo, l'aspetto positivo di questa scoperta è che, finalmente, si apre un'altra strada, oltre il cancro: l'ictus.
L'aspetto negativo: "Finora l'insula era nota soprattutto per il suo ruolo principale: quello di tradurre le informazioni e i segnali che arrivano da altre parti del corpo in sensazioni concrete.."
Ok, ok, mi tengo le sensazioni concrete. 