I bebè appena nati sono, oggettivamente, brutti.
Tranne il mio bellissimo, ovviamente. 
Inoltre, detesto andare a trovare le puerpere, non mi riesce di dire altro che: belle unghiette!
Questa visita mi toccava.
Mi sono trovata una brava professionista in difficoltà con il cordone ombelicale. Cacchiolina, ma non ricordi la gamba che, ormai in cancrena, hai mummificato con la stessa tecnica?
E anche col ruttino, cercato con un movimento circolare sulla schiena. Merdacazzofigatetteculo come fai con una siringa per togliere l'aria? Ecco.
I rutti che riescono a fare quei ragnetti sono incomparabili.
Funziona. Sì, funziona.
E come siamo sguarnite, sembra l'anno zero.
Lo prendo in braccio mentre la mamma si prepara alla poppata: è inquieto, qualche versetto.
Mi sorprendo gli occhi lucidi quando si mette a ciucciarmi il braccio.
Per un istante il tempo non esiste.
Mai visto i prati gialli a giugno. E neppure le zanzare a casa mia. E neppure il lago così basso. E le ortensie? Delle robette verde asfittico. E questi temporali annunciati con la solita grande afa, il vento ballerino, i nuvoloni grigi, l'odore di elettricità? E poi non vengono.
E quando mi è evidente che, davvero, le stagioni sono cambiate, passato l'istantaneo imbarazzo per il pensiero banale, un'inquietudine ferina mi muove passi e pensieri.

E' che io adoro quest'uomo.
Hai la cera di Flo in questi giorni, vieni qui.
Ed eccomi seduta nel suo studio, quasi non mi accorgo dello sfingomanometro, la riprova due volte.
Senti, o ti faccio un corticosteroide o mangi salato.
Ma com'era buono il prosciutto crudo tagliato al coltello e condito con l'approvazione del mio medico preferito.
Mi ha ricordato nonno Cecchino che quando ero piccola era l'unico che mi difendeva quando mangiavo cristalli di sale grosso come fossero mentine: si vede che il suo corpo ne ha bisogno.
Ohhh!
E ricordati di parcheggiare la macchina all'ombra.
Stamattina ho atteso il traghetto all'ombra, due panchine frontali come in treno, cinque inglesi intorno e dal finestrino si vedeva lo scorcio sopra.
Come non perdonargli la sua inclinazione a lavorare come fosse solo?
Torna sovente e prendimi,
torna e prendimi amata sensazione –
quando il ricordo del corpo si ridesta
e trascorre nel sangue il desiderio antico;
quando labbra e pelle rammentano,
e alle mani pare di nuovo di toccare.
Torna sovente e prendimi, la notte,
quando labbra e pelle rammentano...
Costantino Kavafis
da La poesia del giorno, poesia.it
http://umas.splinder.com/post/8490651
Entrare in un'edicola di Felino e trovarci più di una copia de Il manifesto mi sembrò un segno di civiltà, come il salame.
Dove abito il giornalaio dispone di un paio di copie. Non ho ancora capito chi sono gli altri due che, a volte, mi fregano sul tempo.
Per chi come me vive nelle profondità di un lago, il tempo non è scandito dall’alternarsi del giorno e della notte, ma ha una durata molto più lunga rispetto a quella di voi umani.
Qui tutti mi conoscono come “Lariosauro”, ma se preferite potete chiamarmi più semplicemente Larrie o “mostro del Lario”, per via dell’omonimo lago lombardo che mi ospita, profondo oltre 400 metri, ben più di 200 sotto il livello del mare, dove è facile trovare rifugio anche per un rettile acquatico preistorico come me, lungo quasi due metri.
Sono il mostro del Lago di Como e da queste parti, periodicamente si parla di qualche mio avvistamento in varie località: qualcuno ha provato a spararmi, altri ad arpionarmi, alcuni sono riusciti anche ad avvicinarmi, ma mai nessuno a catturarmi.
Sono secoli che vivo qui, ma non è di me che voglio parlare, almeno non ora: la storia che voglio raccontarvi è quella dell’Isola Comacina, bella e maledetta, dove il tempo si è fermato nel 1169 D.C.: io sono l’ultimo testimone oculare della sua tragica distruzione, che ha sancito la fine di una piccola ma importante civiltà fiorita su quella che è l’unica isola del Lario, lunga poco più di mezzo chilometro e larga circa 200 metri.
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| L'isola Comacina |
Dopo che il ghiacciaio che aveva scavato il letto del Lago si ritirò, fra i fiumi e le paludi sarebbero sorte, nel fango e sui pendii, gruppi di palafitte, come testimoniato da alcune necropoli del X e XI Sec. A.C. scoperte a sud di Como.
Ma non mancano leggende mitologiche, secondo le quali Como, dopo la distruzione di Troia, sarebbe stata fondata dal troiano Antenore, o addirittura un secolo dopo il diluvio universale da un fantomatico discendente di Noè, Cocomero Gallio.
Io propendo per la tesi meno fantasiosa di alcuni storici che sostengono che il Lario anticamente fosse soltanto un braccio dell’Adriatico e che su uno di questi strani fiordi fosse nato un abitato, sopra una piccola isola conosciuta come “Comacchia”. Solo dopo la sua distruzione, i suoi abitanti, emigrati più a sud, avrebbero costruito due villaggi, Como e Vico, che si unirono più tardi per fondare la città di Como.
Vera o no la leggenda, rimane il fatto che da alcuni scavi dei primi del 1900 sono stati rinvenuti alcuni resti archeologici che testimonierebbero l’importanza dell’Isola Comacina nell’antichità: fra questi, una costruzione non meglio identificata, presumibilmente un tempio o una villa romana, sui cui resti è sorta molti secoli più tardi la Chiesa barocca di San Giovanni.
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| Altro panorama dell'isola Comacina |
Fu poi il Vescovo di Como, Sant’Abbondio, di ritorno da Costantinopoli, a fondare nel V secolo l’Oratorio di Sant’Eufemia, probabile Basilica Paleocristiana, organizzata in tre navate culminanti in tre absidi, di cui rimane ben poco, insieme ai resti della torre campanaria.
Durante la calata dei barbari, i comaschi più abbienti e timorosi si rifugiarono sull’isola, che divenne una sorta di baluardo della cristianità, tanto da contare ben cinque Chiese nella sua modesta superficie: è in questo periodo che l’isola viene chiamata “Cristopolis”, Città di Cristo o per altri storici “Crisopoli”, città d’oro.
L’abitato fortificato resistette a diversi assalti e fu occupato dai Longobardi nel 588, dopo anni di resistenza da parte degli abitanti, fedeli a Bisanzio, che vennero comunque rispettati dai nuovi invasori, così come dai Franchi di Carlo Magno, che subentrarono successivamente.
Nel VII Sec. il Vescovo di Como Agrippino la trasformò in sede episcopale, contribuendo a farne crescere la potenza e l’importanza economica, favorita anche dalla vicinanza geografica con la Via Regina (dal nome dalla Regina Teodolinda), che dalla Pianura Padana passando per Como, costeggiando la riva occidentale del Lario, permetteva il transito verso il Nord delle Alpi.
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| Sala Comacina, di fronte all'isola |
Durante la Guerra dei Dieci Anni fra Milano e Como (1118 – 1127), l’Isola Comacina, ansiosa di assumere il predominio sul Lario, si allea con Milano e partecipa al Sacco di Como, contestuale alla sua capitolazione, nel 1127.
E’ in quell’anno che il poeta Anonimo Cumano scrive la maledizione dell’Isola Comacina, fra le righe del suo Poema, che recita: “…isola, tu sarai dannata nei secoli”.
La maledizione si avvera in meno di mezzo secolo, dopo che la risorta Como non esita ad allearsi col Barbarossa, nemico della Lega Lombarda e sconfigge Milano nel 1162.
Sette anni dopo, i comaschi riuscirono ad avere la meglio anche sull’isola, che venne rasa al suolo, incendiata e distrutta: l’anno 1169 segna la fine della storia dell’Isola Comacina e della sua autonoma Pieve.
I superstiti del massacro si rifugiarono sulla sponda lecchese del Lario, nell’abitato di Varenna, che ribattezzarono “Insula Nova”, a imperituro ricordo della perduta Patria: qui i comacini vennero accolti amichevolmente (Varenna, anch’essa alleata di Milano, era stata distrutta a sua volta dai comaschi nel 1126), contribuendo ad incrementare la popolazione del borgo, che in pochi anni divenne il paese più ricco del Lario.
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| Tramonto sul lago da Varenna |
I fatti del 1169 vengono rievocati ancora oggi ogni anno, il sabato e la domenica della settimana in cui cade il 24 giugno, festa di San Giovanni. Il sabato sera ad Ossuccio, di fronte all’isola, 1.200 postazioni di sparo lanciano oltre dieci quintali di fuochi d’artificio ed il lago viene illuminato a giorno grazie anche a migliaia di “lumaghitt”, lumini galleggianti abbandonati sulle acque del Lario per far rivivere il dramma della fine della piccola comunità lariana.
Devo dire che per me, mostro millenario presente all’evento originale, si tratta di una ricostruzione molto realistica e suggestiva, che vale la pena di ammirare.
Ma la Sagra di inizio estate rievoca anche una leggenda di quattro secoli più tardi, che narra dell’incontro di un contadino di Campo, di fronte all’isola, con un misterioso pellegrino affamato: il contadino non rifiutò di dividere col viandante il suo frugale pasto e lo straniero per sdebitarsi gli disse di recarsi sull’Isola Comacina e di scavare in un punto preciso.
Il contadino seguì il consiglio e trovò un meraviglioso paliotto marmoreo, con le sembianze del viandante, San Giovanni Battista.
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| Varenna dal lago |
L’Oratorio barocco, che ancora oggi fa bella mostra di sé nel punto più alto dell’Isola, fu edificato proprio in seguito a tale miracolo, come Tempio dedicato al Battista.
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L'amico Vincenzo non me ne voglia: è una brutta foto, ma non perché lui è stato un cattivo maestro.
E poi con la digitale non ho ancora preso la mano. 
Dedico a lui, comunque, questa foto e alla nostra ventennale amicizia.